martedì 29 ottobre 2013

Amici - Aiaiaia

Si é concluso il mio secondo anno a Berlino, ma l’evento in se non ha avuto l’importanza e la solennità dell’anno scorso.
Il perché é presto spiegato: in questo momento della mia vita sono a Sofia, in Bulgaria.
E questo va avanti da almeno un mese e mezzo. Le ragioni sono riconducibili a quello che ho scritto un paio di post fa sulla ricerca di un lavoro a Berlino, e forse nel mondo. Peccando di presunzione, credo che a Berlino non ci sia niente per me, per cui ho deciso insieme ad un amico di fare la startup. Sí, il vero concerto della banalità moderna: abbiamo preso una buona idea, l’abbiamo messa su carta, abbiamo iniziato a realizzarla e qualcuno ce l’ha finanziata con uno di quei programmi di accelerazione / incubazione che tanto sono di moda (solo che io sono a Sofia). Ecco. Non scenderò nei dettagli perché sarebbe prematuro, ma al momento del lancio del prodotto potrei scrivere qualcosa sul mondo delle startup.
Quindi l’anno passato per me é stato lo specchio dell’anno passato a livello mondiale. Crisi del lavoro, crisi di identità, voglia di fare qualcosa di proprio e alla fine startup.
In tutto questo periodo però, importanza cruciale l’hanno rivestita le persone che mi circondano, quelle che reputo amiche. E mi reputo fortunato ad averle.
Io ho un concetto di amicizia estremo; mi deriva da anni e anni di batoste, di tempo speso con le persone sbagliate, di pugnalate alle spalle di cui ho perso il conto e soprattutto da un certo carattere che non mi ha mai fatto elemosinare attenzioni o benevolenza. Anzi, ho personalmente verificato che più sei stronzo più la gente ti vuole bene, ti ama persino. E quando questo succede, me ne dispiaccio molto, forse per qualche dinamica cattolica - di sensi di colpa che ancora sto sondando.
Per me un amico é uno a cui non devi chiedere. Che poi é quello che mi aspetto da chiunque mi conosca a fondo (e che quindi mi vuole bene se é sopravvissuto al mio fianco per tanto tempo). Se io vengo licenziato con modalità discutibili, mi aspetto di non dover giustificare qualche malumore, ma anzi dovresti supportarmi e sopportarmi al meglio che puoi. Se pensi che io sia in torto per qualcosa, vorrei che tu me lo dicessi in faccia, non che dai la ragione al fesso salvo poi sparlare dietro tutto il tempo. E soprattutto non sono un clown, non posso essere divertente sempre e comunque a comando. Qualche volta potreste farmela fare voi qualche risata.
Insomma, le vicissitudini di questo lunghissimo anno mi hanno portato a fare una bella pulizia di gente e ad avvicinarmi ad altre, a mettere ulteriori paletti tra me e il resto del mondo (che ormai é sempre più risicato, ma va bene così; il buonismo é il cancro dei rapporti umani e farsi piacere tutti anche no). 
Posso dire a questo punto della mia acidità sanguigna di non tollerare più: gli stupidi (non quelli che non ci arrivano, ma peggio… quelli che non sanno di esserlo), gli egocentrici e gli egoferiti (se mi parli ripetutamente di lavoro o cose inerenti al tuo lavoro quando vengo fuori da una certa situazione, forse hai la sensibilità di un asfalto sulle ginocchia), quelli che fingono una bontà che non gli appartiene (parlare bene di una persona davanti e sparlarne dietro fa di te un cagasotto che non ha le palle di affrontare i proprio demoni) e soprattutto quelli che ti usano per i loro scopi salvo poi trattarti come una riserva quando hanno di meglio da fare (schiaffandotelo pure in faccia). Bene, io non mi reputo una persona cattiva: stronzo si, ma cattivo no. Non arriverei mai a fare del male ad una persona. Ma l’ultima categoria di cui sopra fa venire fuori di me Lucifero in persona. Io ho amici che vedo una volta l’anno, ma so che non posso pretendere o aspettarmi altro e va bene cosí, mi fa piacere rivederli per il gusto di rivederli (e loro sono sempre lí, che ti aspettano); e poi ci sono quelli che vedi tutti i giorni, tutti i weekend o ogni due settimane. Beh, da questi mi aspetto un certo volume di attenzioni, perché se esci con me tutti i weekend e poi quando hai di meglio da fare mi mandi a cagare senza manco invitarmi, mi stai trattando come uno straccio da piedi e io non lo permetto. Punto.
Per concludere, come canta Tiziano Ferro, nessuno é solo. Siamo 7 miliardi ormai ed é davvero difficile essere soli. In questo momento sono solo in casa, ma mi pare di avere i vicini a pranzo. Si é soli se si vuole esserlo. Io ho la mia solidità e la mia stabilità, non ho bisogno incessante di altre persone nella mia vita, per cui se apro uno spiraglio ad alcuni pretendo qualcosa in cambio. Non so cosa ho da dare, ma rimane il fatto che per alcune persone stranamente rimango un punto di riferimento. 

Penso di avere imparato molto quest’anno in quest’ambito. Penso di aver dato il giusto e di aver ricevuto il giusto, perché ho eliminato i parassiti. Probabilmente io per primo pecco di tutte le cose che mi danno fastidio, ma mia nonna dice sempre “circondati di chi é 1000, 10000, un milione di volte meglio di te!”. 

venerdì 9 agosto 2013

Parassiti della societá... ma per una giusta causa

Siccome inizio ogni post recente scusandomi per l’assenza ingiustificata e reiterata senza vergogna, questa volta non lo faró. Ho avuto da fare e questo é quanto.
In compenso avevo promesso lumi su alcuni argomenti, quindi procedo col soliloquio.
In Germania, e soprattutto qui a Berlino, c´é il mito del sussidio facile e generoso. Partiamo col dire che OVVIAMENTE non é cosí. Ma tanto in molti continueranno a fare inutili paragoni tra il wellfare tedesco e quello italiano ignorando tutta una serie di clausole che spesso si trascurano per paura di scontrarsi con la dura realtá.
Il sussidio di disoccupazione, quello che viene dato a coloro che hanno perso il lavoro, viene erogato per un periodo proporzionale a quello di lavoro in un’azienda tedesca. NON é perenne e non vi viene certo dato finché il vostro figlio immaginario compie 25 anni. L’importo inoltre é pari a circa il 75% dell’ultima mensilitá per un massimo di 1000 euro e qualcosa (e generalmente questo é quello che vi verrá elargito). Nell’importo non é inclusa l’assicurazione sanitaria che viene pagata a parte dallo Stato. Il periodo di erogazione é pari alla metá dei mesi in cui avete lavorato in un’azienda tedesca. Se peró siete voi che vi licenziate, a questo periodo dovete sottrarre 3 mesi (quelli necessari perché scatti la disoccupazione). Qualcuno sosterrá che tutto ció é comunque bellissimo, perché il sussidio é comunque erogato a tutti coloro che perdono / lasciano il lavoro. Beh, é comodo sicuramente, ma sappiate che vi stanno solo ridando soldi che praticamente avete versato voi e la vostra azienda nei mesi di lavoro, e quí a meno di contrattazione a mezzo di avvocati non é previsto TFR (aka liquidazione). 
Per la cronaca, questo sussidio va espressamente richiesto al Bundesagentur für Arbeit competente (l’ufficio del lavoro) e, ancora una volta, lí nessuno parla inglese! Ma ovviamente vi avranno detto che a Berlino TUTTI ma proprio TUTTI parlano inglese e che il tedesco non serve. E Babbo Natale esiste e lavora per la Coca-cola.
Il termine massimo per la richiesta é di 3gg dal licenziamento, e dovete portare tutto, ma proprio tutto il cartaceo di cui disponete con voi. Chiedete all’ufficio del personale della vostra azienda tutti i documenti che servono per il sussidio; vi ricordo che siamo in Germania, se vi manca qualsiasi XYZDGGFFGung vi rimandano a casa senza passare dal via. A me é stato richiesto anche l’attestato INPS comprovante la mia regolaritá in materia di contributi. In cambio vi daranno un bel plico di scartoffie da compilare con la vostra storia lavorativa e universitaria, tutto nel buon vecchio tedesco. Da questo momento in poi inizia una via crucis che si conclude fortunatamente col ricevimento del primo sussidio: vi verrá assegnato un tutor che vi guiderá nella ricerca del lavoro nella Job-borse (questa fortunatamente tradotta in Italico, ma non ne farei un motivo di orgoglio) e col quale avrete due o piú fantastici colloqui in cui lui parlerá e voi fingerete di capirlo dall’alto del vostro corso di tedesco De Agostini. Vi verrá anche detto di comunicare tempestivamente ogni vostro spostamento (io non l’ho fatto, e nessuno se ne é accorto).
E qui si conclude la burocrazia tedesca che non vi lascia mai soli nei momenti di sconforto.
Passiamo ora a smentire voci e leggende al cui pari Starwars é una storia realmente accaduta. 
Si dice che a Berlino lavori 3 mesi e poi chiedi un sussidio per cui ti pagano affitto, corso di tedesco, krankenkasse e pure la spesa, vita-natural-durante. Partiamo col dire che i rubinetti se non sono stati chiusi sono stati per lo meno ristretti. Ottenere questo fantomatico Harz 4 é difficile se non impossibile; sono richieste cause di disoccupazione non colmabili a breve. Se poi non siete tedeschi forse un viaggio a Fatima aiuterebbe.
Le condizioni per l’assegnazione di questo sussidio sono molto vincolanti e vi invito a googlarle per il vostro divertimento. Una di queste prevede che voi diate accesso a tutti i vostri conti correnti per l’ispezione sul consumo dei quattro soldi che danno (sono una cifra irrisoria, nell’ordine delle centinaia di euro, ma non dimenticate che affitto e assicurazione sono a parte). Per dire, comprate un biglietto easyjet e verrete interrogati, iscrivetevi ad una palestra e probabilmente verrete scortati in cella di isolamento.
Ho 3 figli, quindi mi danno 1000 euro per ognuno fino al 25mo anno. Come no. Le cifre sono anche qui dell’ordine delle centinaia di euro e vengono elargite solo in determinate situazioni (reddito inferiore ad un tot e varie ed eventuali).
Bene, potrei continuare ancora per un po´, ma spero che il messaggio sia arrivato. Non é il paese dei Balocchi. Nessuno vi regala un bel niente. Ne quí ne altrove. E se pensate di fare i furbi in Germania non avrete vita lunga.
Io personalmente ho percepito il sussidio di cui sopra (quello vero per intenderci) per qualche mese e ne ho approfittato per fare cose che lavorando non riuscivo a portare a termine (vedi scuola di tedesco). Questi soldi vanno presi con questo spirito: usiamoli per colmare quelle lacune che ci renderanno piú appetibili sul mercato del lavoro. E se poi volete approfittarne per fare un pó di vacanza dopo anni interrotti di lavoro, allora fatelo pure. 

Passo e chiudo (scrivere “a presto” suonerebbe ipocrita).

domenica 19 maggio 2013

Pulizie di primavera - gli italiani a Berlino che se ne vanno (grazie al cielo)



Berlino deve avere un qualche sistema immunitario. Ha il potere di fagocitare individui, trasformandoli e rendendoli parte dei suoi colorati murales, oppure di espellerli con modalità più o meno drammatiche.
Io posso parlare solo per quegli italiani che sono passati da qui, e che in qualche modo hanno intersecato il mio cammino, e devo dire che col tempo non molti di loro stanno restando a Berlino.
Lo si dice, lo si scrive, ma io lo affermo da quando sono venuto qui la prima volta, come turista: Berlino non è per tutti. Per alcuni è una carezza, e ne vuoi sempre di più, per altri è un pugno nello stomaco, e l'unica via di uscita e scappare dal tuo aggressore, a meno che tu non voglia soffrire ancora.
Non voglio peccare di presunzione, e dire che Berlino va bene per me e non per te, dico solo che siamo diversi e come tali abbiamo esigenze e percezioni diverse. L'unica cosa che faccio fatica a capire è che in una città di quasi 4 milioni di abitanti, un'estensione pari a 5 volte Milano, tutte le culture del mondo che si incontrano in un mix metafisico, tu non sia riuscito/a a trovare la tua dimensione, la tua cerchia di amici, i tuoi posti speciali, addirittura nemmeno una casa che ti accolga.
Ecco, mi rivolgo proprio te, che arrivi a Berlino urlando ai 4 venti di quanto sia bella questa città per la tolleranza e le sue mille sfaccettature, e poi passi il tempo successivo a lamentarti di quanto le differenze e il diverso modo di pensare ti risultino inconcepibili, di quanto amore provi per gli animali e di quanto sia bello poter fare una scelta alimentare diversa in questa città viste le mille scelte che offre, salvo poi non essere capace della minima affettività per le persone che provano ad avvicinarti; ecco, mi rivolgo proprio a te: grazie per andartene. Una scoria in meno, è un'infezione (potenziale) che se ne va.
Ps.: ogni riferimento a cose e persone è voluto.

domenica 5 maggio 2013

Un giorno a Wannsee





Wannsee, un set su Flickr.

Una splendida domenica assolata (finalmente) al lago di Wannsee esplorando la Pfauinsel dove si narra vi siano Pavoni allo stato brado. Nulla di piú falso... sono in voliere! Ma comunque rimangono uno spettacolo.

lunedì 29 aprile 2013

AAA - Serietá cercasi


Messaggio ai recruiter / uffici risorse umane / addetti  ai casting / esaminatori generici (anche delle urine):
  1. Il colloquio via Skype o telefonico, quando azienda e candidato sono nella stessa cittá, é una presa per i fondelli, é quanto di piú distante si possa immaginare per conoscere una persona, entrarci in contatto, capirla. Sentirsi dire poi che non sei parso sufficientemente motivato, beh é proprio un’istigazione alla castrazione chimica (anche per le donne!). Cosa dovrei fare per parere interessato, gasato, eccitato per telefono? Rispondere come se fossi ubriaco alle 10 di mattina? Ridere come un beota a tutte le domande? Emettere versi che manco Sara Tommasi nei suoi film porno-moanapozzisistaarigiránellatomba?
  2. Il colloquio in un bar in orario di pranzo é vietato per legge. Sapevatelo. Il prossimo che me lo propone riceverá come risposta un sincero “Nein, danke” data la poca e scarsa serietá che traspare dalla ricerca del personale abbinata a quella eno-gastronomica.
  3. Per favore, i colloqui due persone alla volta sono giá stomachevoli di loro, se poi fate anche la domanda sul salario atteso, davvero mi pare di stare al mercato del pesce. La domanda “le tue aspettative salariali?” non ha nulla a che vedere con un asta a ribasso, e soprattutto se viene posta come secondo quesito mi sa tanto di cerchiamo una persona con mille mila anni di esperienza, quattordici lauree, almeno un trilione di skills, e che accetti di essere pagato come uno sbattitore di tappeti.
  4. Qualcuno mi spieghi perché se tutti urlano Python allora tutti cercano sviluppatori Python? Tutti urlano Ruby (non QUELLA Ruby) e allora tutti voglio sviluppatori Ruby? Tutti dicono HTML5 e tutti vogliono sviluppatori HTML5? Poi qualcuno insinua il dubbio sulla questione del mobile, e allora tutti vogliono sviluppatori nativi iOs / Android? Fidatevi di un pollo: io se dovessi partire ora con un progetto, punterei su un linguaggio molto piú rodato, con una community, con delle vere professionalitá senior. Non date retta ai geek o nerd che siano. Sono i bastian contrari della societá.
  5. Non é bello fare aspettare per una risposta, ed essere indisponenti se dopo due settimane uno si degna di chiedervi un riscontro.
  6. Il non essere presi per un lavoro fa parte della vita, come la diarrea e l’herpes. Li per li oscilli tra il fastidio e il malore fisico, ma poi passa. Quella che invece é punibile con una tempesta di cacche di gabbiani golosi di pesce marcio é la presa per il culo. Non dirmi che ho troppa esperienza, se ho risposto all’annuncio e mi sono fatto persino la barba per venire a sostenere il colloquio, evidentemente il lavoro mi interessa. Forse mi piace vincere facile. Dillo che non puoi pagarmi per quello che la mia esperienza richiederebbe. Non dirmi che hai trovato qualcun altro se dopo due settimane rimetti l’annuncio on line. Ormai la vita di qualsiasi internauta oscilla tra la pornografia e lo stalking puro. Le cose le vengo a sapere, e in me si innesta il dubbio che forse faccio cagare e non hai il coraggio di dirmelo. Visto che comunque mi stai scaricando, preferisco che tu lo faccia sinceramente. Sono pelato, ingegnere (e chi ha fatto ingegneria sa di cosa parlo) e italiano emigrato in Germania, l’insulto fa parte del mio vivere quotidiano. Dimmelo se ti sto sulle balle, mi puzza l’alito o le ascelle, se le mie lentiggini ti ricordano Ricky Callingam quando tu preferisci Fonzie. Dimmi la veritá, ma non prendermi per il culo per favore.
Grazie,
Sinceramente Io.
Detto questo mi metto in proprio o emigro nuovamente.

lunedì 15 aprile 2013

Chi non muore...

Eccomi di nuovo. Ormai sono stagionale. Pubblico qualcosa ogni 3 mesi.
Potrei giustificarmi, ma alla fine questo blog nasce per raccontare esperienze, quindi mi piace scrivere quando ho accumulato un po' di avvenimenti degni di nota.
Brevemente in questi giorni ho (nell'ordine):
- Chiesto ed ottenuto sussidio statale (burocrazia portami via).
- Frequentato una vera scuola di tedesco (7 ore al giorno dal lunedí al venerdí) per 2 mesi.
- Cercato invano un lavoro decente.
Mi impegno (ma chi ci crede?) a scrivere qualcosa su ogni singolo argomento.
Saluti.

sabato 29 dicembre 2012

Andiam andiam nella start-up a lavorar



Prologo

La start-up per definizione é la fase iniziale di (s)lancio di un’azienda. Nessuna azienda puó restare start-up a vita: da qualche parte bisogna pure cominciare, ma il cammino davanti a se (forse in salita) deve pur portare da qualche parte...
Dai post precedenti potrebbe evincersi una mia allergia alle start-up: cosí non é, ma non le vedo nemmeno come una soluzione definitiva. Questo é dovuto alla mia personale esperienza in una start-up, con una grande idea, con spalle (finanziarie) forti ma naufragata sotto la totale mancanza di una visione e organizzazione interna. É restata start-up troppo a lungo. 
Uso il passato perché la mia esperienza di piú di un anno con questa “azienda” é stata bruscamente interrotta per insolvibilitá della stessa  questo 7 Dicembre, ma il mio contratto verrá chiuso solo alla fine di quest’anno. Nessuno dramma, in fin dei conti me lo aspettavo, e con me sono stati liquidati altri 10 dei quali molti con coniuge e prole, ma quest’avvenimento mi ha messo davanti ad una scelta. Vado a lavorare in un’altra start-up oppure no?

Passato remoto

Come sono arrivato ad una start-up? Nella risposta a questa domanda c´é anche il motivo per cui di fatto ho lasciato l’Italia...
Io provengo dal “ricco ed opulento” Nord-Est italico, dove mi sono laureato un po´di anni fa in Ingegneria; successivamente ho iniziato a lavorare per una grossa societá italiana (quotata in borsa e con migliaia di dipendenti) che si occupa tra le altre cose di software medicali. Nello stesso anno in cui ho iniziato a lavorare ho frequentato anche un master universitario. In Italia ho avuto da subito un contratto a tempo indeterminato, ma negli ultimi tempi avevo anche tutti i sintomi di un esaurimento nervoso (compresa una simpatica gastrite che mi costringeva a divertenti tour nei pronto soccorso di tutto il Triveneto). La mia vita si svolgeva prima in macchina (80 km al giorno di autostrada per andare e tornare dall’ufficio), poi 8 ore di lavoro e una di pausa pranzo con orari pressoché marmorei (guai a sgarrare di un minuto), soddisfazioni nulle, pause caffé (a pagamento) cronometrate e chiacchiere tra colleghi (in orario di lavoro) a malincuore accettate. Inutile dire che lavorare per gli ospedali implicava degli standard di qualitá, affidabilitá e sicurezza al di sopra delle nostre possibilitá, e questo implicava problemi e urgenze che a volte era difficile gestire. A tutto questo va aggiunto che non erano previsti pranzi e / o cene aziendali (se non quella di Natale che ci auto-organizzavamo e pagavamo), ne tantomeno benefit di alcun tipo e soprattutto solo acqua gratuita, nessuna carriera e zero aumenti di stipendio. Dopo anni di questa vita, semplicemente non ne potevo piú. Mi sentivo vecchio dentro, immobile e inorridito dalla persona che stavo diventando.
Questo per darvi uno spaccato del mio stato mentale e degli ambienti (la grossa societá e gli ospedali) in cui ho lavorato per quasi 5 anni. Poi mi si chiede come ho fatto a trasferirmi a Berlino per lavorare in una startup che si occupa di videogiochi. Nessun fattore moda o bohemienne, semplice necessitá. Sarei andato anche in Nuova Zelanda se l’occasione in quel momento fosse arrivata da lí.

Passato prossimo - Presente (ancora per poco)



La decisione di venire a Berlino l’ho presa ad Amsterdam, conversando col mio compagno di viaggio, che giá viveva a Berlino e lavorava nella start-up in cui sarei stato assunto.
Mi disse che stavano cercando gente che sapesse programmare (in quel caso giochi) e gli buttai lí l’idea di propormi al suo capo. Era il 2 giugno. Il primo luglio il mio amico mi chiede di mandargli il mio curriculum. Il 18 Luglio sono a Berlino per il colloquio (totalmente spesato dall’azienda). Il 20 luglio ho rassegnato le dimissioni dal mio lavoro in Italia. É stato semplice, semplicissimo. Il colloquio é stata una formalitá, quasi il volermi far vedere la sede di lavoro per farmi capire se potesse piacermi oppure no. Mi hanno subito offerto quello che chiedevo, pertanto anche la trattativa é stata banale.
E ora sono sicuro che metá degli italiani che vive a Berlino potrebbe giá odiarmi, ma comunque dovevano convincermi a lasciare un altro lavoro, per cui dovevano essere persuasivi.
Il primo giorno di lavoro é stato alienante, non capivo davvero in che luogo fossi.
L’idea che ho avuto é stato di un ambiente caldo: la sede é in un ex fonderia restaurata con un bel giardino privato davanti. I pavimenti sono rivestiti di moquette per cui é normale che alcuni colleghi si levino le scarpe per restare scalzi o indossare delle ciabatte. Ci sono due cucine provviste di tutto (anche la lavastoviglie) in cui ognuno puó cucinarsi quel che vuole. Ci sono due enormi frigoriferi in cui riporre le proprie vivande (basta segnare il proprio nome con un pennarello). C’erano casse con tutte le bevande possibili, diversi tipi di succhi di frutta freschi (di quelli da allungare con l’acqua) e la macchina del caffé / cappuccino industriale. Appena sono arrivato, il capo delle risorse umane mi ha scattato una foto, successivamente affissa insieme a quella degli altri colleghi con nome e dipartimento di appartenenza, e soprattutto mi ha preparato tutti i documenti (che nel mio caso, non conoscendo una parola di tedesco, é stata una manna dal cielo). Sulla mia scrivania ho trovato tutta la cancelleria di cui necessitavo, e quando ho mandato un’email a tutta l’azienda per presentarmi, non sono certo mancati i “benvenuto” di risposta. Nemmeno una settimana che ero lí, e si parte con l’organizzazione della prima festa: la cena spagnola! Praticamente essendo di 18 nazionalitá diverse, i singoli gruppi organizzavano una cena per tutti i colleghi a tema della propria nazione e interamente spesata dall’azienda stessa. Altre due settimane e si parte con la festa di halloween per cui é stato addirittura preso un locale intero con buffet e discoteca annessa e tutti gli addobbi del caso. Anche in questo caso tutto spesato. E cosí via, compresa la festa di Natale in ristorante...
Ogni giovedí in ufficio c´era la cosiddetta colazione aziendale, ovvero una colazione (omnicomprensiva) offerta dall’azienda e organizzata dalle risorse umane.
Bene... potrei anche parlarvi della maglietta omaggio, dei barbeque, ma ora é finalmente arrivato il momento di smontare questo castello fatato.
Partiamo con lo smentire subito il clima familiare: é vero che ci sono due cucine, ma queste vanno pulite, cosí come le stoviglie (per lo meno bisogna caricarle in lavastoviglie).
Per questa necessitá viene predisposto un calendario di turni settimanali divisi per dipartimenti, sará poi il capo dipartimento a dividere il turno settimanale in turni giornalieri per i propri dipendenti. Questi turni a volte inspiegabilmente saltano. Purtroppo il concetto di pulizia notoriamente é variabile da stato a stato e, senza sfociare nei soliti luoghi comuni, a volte é davvero difficile trovare una tazza pulita (tra quelle riposte dopo essere state lavate). Inoltre io ero seduto a 20 metri da una delle due cucine e, se cucinare in ufficio é una gran comoditá e un potenziale strumento di aggregazione, non lo é purtroppo la puzza che aleggia a tutte le ore (e siamo arrivati a livelli davvero intollerabili). Nei frigoriferi sono state scoperte nuove forme di vita aliena, dovute alle muffe e ai batteri che si accumulano nel cibo che i colleghi comprano ma che poi lasciano li per mesi, fregandosene di chi magari ci mette a rinfresco ogni giorno il proprio pranzo. Potrei dirvi anche che il togliersi le scarpe dovrebbe avere come condizione necessaria l’igiene dei proprio piedi, ma vivendo qui a Berlino saprete giá che non é cosí! E poi c’é sempre la puzza delle cucina che copre quella dei piedi (ma non quella del frigorifero purtroppo!).
Parliamo delle feste. Inutile negarlo, a volte fanno fatica a decollare se non arriva la vodka. Mi hanno spiegato che l’alcool qui ha una forte funzione sociale, in quanto disinibisce persone che normalmente sarebbero androidi, ma a volte (soprattutto per gli organizzatori) credo che sia frustrante, tant´é che le feste a tema sono praticamente cadute nel dimenticatoio. Inoltre non intravedo alcuna voglia di socializzare: al massimo due o tre persone appartate a parlare tra loro o comunque singoli gruppetti senza grande voglia di conoscersi. Anche la colazione del giovedí, spesso si riduceva a tante persone che si prendevano il loro panino e se lo andavano a mangiare davanti al proprio monitor invece di restare tutti seduti intorno ad un tavolo. Tant’é che é stata abbandonata anche questa a favore del mittwoch mixer, ovvero sorteggia 8 persone e mandale a pranzare insieme. Dopo svariati tentativi anche questa idea é naufragata.
Proprio il rapporto tra i colleghi, e la comunicazione tra persone con cui dividi la tua giornata, sono il vero stereotipo da smentire delle start-up. Tutto questo modo “easy” di vedere il lavoro scema all’improvviso quando ci si trova davanti alla competizione per una qualsivoglia occasione di mettersi in mostra. É vero che c´é la flessibilitá di orario (basta fare le 8 ore) ma é anche vero che se arrivi in ufficio alle 9 e ti trovi ad aspettare un collega che arriva alle 11 per 2 giorni di fila, oppure che torni dalla pausa pranzo, mentre tu alle 13 eri giá pronto per far partire una consegna, alla fine ti arrabbi. Inoltre nessuno é disposto a condividere fino in fondo le proprie esperienze e conoscenze con gli altri, il che a volte si riduce a passare settimane a risolvere problemi che erano giá stati risolti settimane prima.
Il lavorare a compartimenti stagni (il team esiste solo a parole) si ripercuote molto anche nel dover affrontare i problemi, che poi scopri essere stati causati da un altro collega, di cui ignoravi le mansioni fino a due secondi prima. Dopo piú di un anno sono giunto alla conclusione che probabilmente tutta questa chiusura e indifferenza, che porta ad una totale disorganizzazione (e quando parliamo di 100 persone questa puó essere fatale), é dovuta proprio al fatto che in questa start-up si va avanti alla giornata. La sensazione il lunedí é proprio quella di “cerchiamo di arrivare a venerdí”. Questo fa si che di posizioni per un salto di carriera se ne aprono due l’anno se tutto va bene, e la gente qui si ammazza per una carriera (minima, davvero minima).
La mia gastrite nel frattempo é passata (e non é poco); ci sono giorni in cui ammetto di essermi divertito a lavoro, e le pause caffé di mezzora in giardino a godersi quel po´di sole berlinese non hanno prezzo, ma la sensazione era di essere li quel giorno, quella settimana, quel mese, ma chissá il prossimo. Bisogna conviverci con questa sensazione. Puoi accettare una start-up, i colleghi che cambiano ogni giorno, il lavoro che a volte non si sa in che direzione va, solo se sei disposto a non pensare troppo al futuro...


Futuro

E arriviamo alla giusta (si fa per dire) conclusione.
Quest’estate, quando quel po´ di sole berlinese ci beava e rincoglioniva, il CTO della star-up in cui lavoravo ha abbandonato l’azienda, ed essendo lui uno dei due co-fondatori la sensazione é stata del capitano che abbandona la nave. Sensazione che nei mesi successivi si é tradotta in un'emorragia di persone, tendenzialmente le piú valide, e nella totale incapacitá del management di contenerla. Quello che mi ha molto colpito é stata proprio la sensazione di malessere che immediatamente ha cominciato ad aleggiare negli uffici, e la totale assenza di empatia dei capi verso questo veleno che stava intossicando l’ambiente. Ad ottobre finalmente qualcosa ha cominciato a cambiare, ma era evidentemente troppo tardi. A me personalmente é stato offerto un salto di carriera (solo come titolo ovviamente), un aumento di stipendio, un bonus annuale e il prolungamento del periodo di preavviso da 4 settimane a 12. Il che comunque ha lasciato quel sapore dolceamaro del ricatto, un modo “legale” per trattenerti in quell’azienda. In Germania, dove la flessibilitá lavorativa é un dato de facto, con tre mesi di preavviso non ti assume nessuno. Alcuni dipendenti evidentemente non hanno ceduto a questo ricatto e la fuga é continuata imperterrita. Il grosso segnale d’allarme era che queste persone non venivano rimpiazzate; da 120 dipendenti di Gennaio siamo ben presto arrivati a 60 in meno di un anno.
A fine Novembre, con soli dieci giorni di preavviso (in barba ai 3 mesi dovuti) il 15% dell’azienda, me compreso (perché “troppo costoso”), siamo stati convocati e sollevati dal nostro incarico. Questo senza alcun indoramento della pillola, e palesemente in violazione del contratto di lavoro. Io personalmente ho giocato bene le mie carte (italians do it better) e oltre al pagamento del mese per intero ho ottenuto una degna buonauscita, ma temo che in molti presi dallo sconforto abbiano accettato il proprio destino senza avanzare richieste.
Il mio 2013 inizierá quindi con un bel “vita a Berlino 2.0” e la domanda sorge spontanea: cosa faró? Credo che mi metteró a studiare tedesco seriamente, ecco cosa faró. La mia integrazione in questa cittá passa prima di tutto dalla lingua. Quindi almeno un mese voglio dedicarlo a questo, poi spero di essere in grado di sostenere un colloquio in madre lingua e a quel punto faró le mie valutazioni. Prenderó in considerazione un’altra start-up? Diciamo che le reputo una buona palestra per imparare qualcosa di nuovo, per cui si. Ma questa volta vorrei avere la lungimiranza nel lasciare l’azienda io prima che lo facciano loro...