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domenica 26 ottobre 2014

Consigli su come sopravvivere al lavoro a Berlino

Piccolo decalogo su quella che è la vita lavorativa a Berlino:
  • A Berlino l’età non conta, questo significa che se hai 50 anni ti troverai a dire “agli ordini capo” ad un ventenne.
  • Durante un colloquio a Berlino l’esperienza conta poco, ma conta “qualcos’altro”, verosimilmente la personalità e la proattività, quindi trovate un buon modo per dimostrarvi all’altezza.
  • La meritocrazia a Berlino è relativa, il che significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino i salari sono relativi, più alti dell’Italia ma più bassi della media Germanica, e forse dei tedeschi, e questo significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino, se non sei tedesco sei straniero. Suona banale, ma è bene ricordarselo, prima che andiate dal vostro capo a lamentarvi di una qualsiasi cosa e vi sentiate rispondere qualcosa tipo “puoi sempre tornartene da dove sei venuto”.
  • Berlino è piena di Italiani messi peggio di voi e con più capacità di voi, quindi attenzione a quando alzate la cresta per una qualsivoglia ingiustizia, perché sentirete rispondervi qualcosa tipo “guarda che la fuori c’è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto”, ed è vero!
  • Lo dissi già per quanto riguarda la ricerca della casa, ma a Berlino vince chi si accontenta, anche sul lavoro. Prendete quello che vi viene dato con gratitudine, fate quello che vi viene richiesto con un sorriso, e farete probabilmente carriera; in caso contrario subentrerà quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino il lavoro c’è, va cercato perché non vi viene dal cielo, ma da qualche parte c’è. Il problema è che va preso con molta umiltà e gratitudine verso i tedeschi e la Germania e forse noi non ne siamo tanto capaci. Forse perché non vogliamo più sottostare a certi compromessi, forse perché ci intortano con tante bugie sulla Germania e su Berlino, forse perché le nostre aspettative sono troppo alte.


Per concludere, a Berlino le occasioni non mancano, ma è giusto sapere che per uno che ce la fa, 1000 altri non resistono nemmeno un anno; non mi stancherò mai di dirlo, io per primo sono sempre con un piede in aeroporto pronto a cambiare Paese, perché questa città non è per tutti, e non è quella che vi descrivono i tiggí. Alla fin fine, quello che quasi sempre predomina a Berlino, è quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.

venerdì 3 ottobre 2014

Terzo anno

Ebbene si. Mi trovo in USA per una breve vacanza, e mentre il jet-lag mi ha privato del sonno, ho realizzato che ad ottobre sono 3 anni che mi sono trasferito a Berlino.
è stato un anno intenso, pieno di vita, come al solito. L’anno scorso scrivevo del mio secondo anno a Berlino da Sofia, proprio nel mentre che la mia startup stava prendendo forma. Ora a distanza di un anno quella parentesi è chiusa e io già da aprile ho un altro lavoro full time in un’altra azienda. Perché poi alla fine Berlino è anche questo, un’altra possibilità te la da sempre, sempre che tu sappia coglierla al volo. E così mi ritrovo a pensare al mio rapporto con questa città a distanza di 3 anni, che per Berlino valgono come 30, ma di nuovo da molto lontano.
Sono a Chicago, solo da 2 giorni, eppure sono già pazzo di questa città. Mi succede sempre quando vengo in America, è come un richiamo fortissimo, un’attrazione fatale forse fomentata da mille serie tv viste in tenera età. E poi so già che quando andrò via sarà un pugno nello stomaco, un altro. Ecco, Berlino per me non è stata così, non lo è tuttora; non è stato un colpo di fulmine, non mi ha attirato a se con inutili moine (quelle che i tiggi nazionali propinano e che sono solo favole), non è stata nemmeno un ripiego. Ho voluto provare, certo che peggio della vita che stavo vivendo non poteva essere. E poi lentamente, con un vicendevole corteggiamento abbiamo deciso che poteva valere la pena avere una relazione. Ma ogni giorno costruiamo qualcosa di nuovo, litighiamo, facciamo pace, litighiamo di nuovo.
Guardando indietro ai 10 motivi che mi trattengono qui e a quelli che mi farebbero andare via, sinceramente comincio a ripensare seriamente alla mia permanenza a Berlino, alla luce del fatto che la bilancia comincia a pendere verso i secondi 10 motivi. E poi come ogni bella storia d’amore che si rispetti, in amore vince chi fugge! 
Ma a parte questo comincio ad essere stanco. Stanco di quello che scrivevo come un motivo per restare, ovvero che non e’ una città per vecchi, e purtroppo le migrazioni di massa di questi ultimi due anni, hanno ulteriormente abbassato l’età media. E se va bene vivere la notte come quando avevo 18 anni senza essere giudicato, non va bene trovarsi a fare colloqui o a dipendere da gente che ha un 9 davanti l’anno di nascita. Faccio davvero fatica a configurarmi in un contesto dove il mio “capo” o chi decide per me non ha nemmeno 2 anni di esperienza alle spalle. Ne va del mio orgoglio, dell’amor proprio, e ormai qui sta diventando la regola. Non avrei mai voluto far ruotare la mia vita o la mia soddisfazione personale intorno al lavoro, ma purtroppo è l’attività che occupa più tempo nella mia giornata, e diventa sempre più difficile se hai una certa età e una certa maturità professionale.
Nella lista dei 10 motivi che mi farebbero scappare da questa città, parlavo degli italiani a Berlino. La situazione è chiaramente degenerata, e se da una parte hanno colonizzato la città con 1000 nuovi ristoranti (il che non mi dispiace), dall’altra hanno fatto venire alla luce quello che i tedeschi sono, arrivisti e speculatori. Purtroppo l’arrivo in massa di italiani, spagnoli, greci e portoghesi alla ricerca disperata di un posto di lavoro e di una casa, ha portato ad un decremento spaventoso dei salari (vista la mole di gente disposta a lavorare per 1/5 dello stipendio) e contestualmente ad un aumento vertiginoso degli affitti per le case. E il trend non è destinato a cambiare.
Inoltre, dopo un po’ che vivono qui, quando la situazione si prospetta meno rosea di quella italiana, subentra la frustrazione, e a questo punto è tutto uno sfogo sul primo che capita (tendenzialmente connazionale, vista l’incapacità di poterlo fare sui tedeschi data la mancanza delle conoscenze linguistiche per farlo) oppure frega frega il prossimo tuo.
Inevitabilmente questo si sta riflettendo sulla mia vita, e di chi è qui da più tempo di me: prima di tutto sul lavoro, la sensazione è che io non possa più chiedere niente, poiché nel caso l’uscita so dov’è e soprattutto sanno che di gente disposta a lavorare per meno e in silenzio ne trovano quanta ne vogliono. E parliamo di lavori altamente qualificati (non oso immaginare per quelli per cui non è richiesta nemmeno una laurea). Per quanto riguarda la casa, anche volendo cambiare zona (avvicinandomi all’ufficio per esempio) ormai sono tutte carissime rispetto a quando arrivai, per tanto me ne resto qui, dove per lo meno l’affitto rimane quello di 2 anni fa. Insomma, è diventato tutto un prendere o lasciare, un accontentarsi. E io, come forse si sarà capito dai miei post precedenti, non mi accontento facilmente.

Per concludere, cara la mia amata-odiata Berlino, in questi 3 anni ce la siamo spassata è vero, ma se i brutti momenti continueranno ad offuscare quelli belli, non potrò fare altro che lasciarti, ma se non altro resteremo amici. Per sempre.

lunedì 29 aprile 2013

AAA - Serietá cercasi


Messaggio ai recruiter / uffici risorse umane / addetti  ai casting / esaminatori generici (anche delle urine):
  1. Il colloquio via Skype o telefonico, quando azienda e candidato sono nella stessa cittá, é una presa per i fondelli, é quanto di piú distante si possa immaginare per conoscere una persona, entrarci in contatto, capirla. Sentirsi dire poi che non sei parso sufficientemente motivato, beh é proprio un’istigazione alla castrazione chimica (anche per le donne!). Cosa dovrei fare per parere interessato, gasato, eccitato per telefono? Rispondere come se fossi ubriaco alle 10 di mattina? Ridere come un beota a tutte le domande? Emettere versi che manco Sara Tommasi nei suoi film porno-moanapozzisistaarigiránellatomba?
  2. Il colloquio in un bar in orario di pranzo é vietato per legge. Sapevatelo. Il prossimo che me lo propone riceverá come risposta un sincero “Nein, danke” data la poca e scarsa serietá che traspare dalla ricerca del personale abbinata a quella eno-gastronomica.
  3. Per favore, i colloqui due persone alla volta sono giá stomachevoli di loro, se poi fate anche la domanda sul salario atteso, davvero mi pare di stare al mercato del pesce. La domanda “le tue aspettative salariali?” non ha nulla a che vedere con un asta a ribasso, e soprattutto se viene posta come secondo quesito mi sa tanto di cerchiamo una persona con mille mila anni di esperienza, quattordici lauree, almeno un trilione di skills, e che accetti di essere pagato come uno sbattitore di tappeti.
  4. Qualcuno mi spieghi perché se tutti urlano Python allora tutti cercano sviluppatori Python? Tutti urlano Ruby (non QUELLA Ruby) e allora tutti voglio sviluppatori Ruby? Tutti dicono HTML5 e tutti vogliono sviluppatori HTML5? Poi qualcuno insinua il dubbio sulla questione del mobile, e allora tutti vogliono sviluppatori nativi iOs / Android? Fidatevi di un pollo: io se dovessi partire ora con un progetto, punterei su un linguaggio molto piú rodato, con una community, con delle vere professionalitá senior. Non date retta ai geek o nerd che siano. Sono i bastian contrari della societá.
  5. Non é bello fare aspettare per una risposta, ed essere indisponenti se dopo due settimane uno si degna di chiedervi un riscontro.
  6. Il non essere presi per un lavoro fa parte della vita, come la diarrea e l’herpes. Li per li oscilli tra il fastidio e il malore fisico, ma poi passa. Quella che invece é punibile con una tempesta di cacche di gabbiani golosi di pesce marcio é la presa per il culo. Non dirmi che ho troppa esperienza, se ho risposto all’annuncio e mi sono fatto persino la barba per venire a sostenere il colloquio, evidentemente il lavoro mi interessa. Forse mi piace vincere facile. Dillo che non puoi pagarmi per quello che la mia esperienza richiederebbe. Non dirmi che hai trovato qualcun altro se dopo due settimane rimetti l’annuncio on line. Ormai la vita di qualsiasi internauta oscilla tra la pornografia e lo stalking puro. Le cose le vengo a sapere, e in me si innesta il dubbio che forse faccio cagare e non hai il coraggio di dirmelo. Visto che comunque mi stai scaricando, preferisco che tu lo faccia sinceramente. Sono pelato, ingegnere (e chi ha fatto ingegneria sa di cosa parlo) e italiano emigrato in Germania, l’insulto fa parte del mio vivere quotidiano. Dimmelo se ti sto sulle balle, mi puzza l’alito o le ascelle, se le mie lentiggini ti ricordano Ricky Callingam quando tu preferisci Fonzie. Dimmi la veritá, ma non prendermi per il culo per favore.
Grazie,
Sinceramente Io.
Detto questo mi metto in proprio o emigro nuovamente.

lunedì 15 aprile 2013

Chi non muore...

Eccomi di nuovo. Ormai sono stagionale. Pubblico qualcosa ogni 3 mesi.
Potrei giustificarmi, ma alla fine questo blog nasce per raccontare esperienze, quindi mi piace scrivere quando ho accumulato un po' di avvenimenti degni di nota.
Brevemente in questi giorni ho (nell'ordine):
- Chiesto ed ottenuto sussidio statale (burocrazia portami via).
- Frequentato una vera scuola di tedesco (7 ore al giorno dal lunedí al venerdí) per 2 mesi.
- Cercato invano un lavoro decente.
Mi impegno (ma chi ci crede?) a scrivere qualcosa su ogni singolo argomento.
Saluti.

sabato 29 dicembre 2012

Andiam andiam nella start-up a lavorar



Prologo

La start-up per definizione é la fase iniziale di (s)lancio di un’azienda. Nessuna azienda puó restare start-up a vita: da qualche parte bisogna pure cominciare, ma il cammino davanti a se (forse in salita) deve pur portare da qualche parte...
Dai post precedenti potrebbe evincersi una mia allergia alle start-up: cosí non é, ma non le vedo nemmeno come una soluzione definitiva. Questo é dovuto alla mia personale esperienza in una start-up, con una grande idea, con spalle (finanziarie) forti ma naufragata sotto la totale mancanza di una visione e organizzazione interna. É restata start-up troppo a lungo. 
Uso il passato perché la mia esperienza di piú di un anno con questa “azienda” é stata bruscamente interrotta per insolvibilitá della stessa  questo 7 Dicembre, ma il mio contratto verrá chiuso solo alla fine di quest’anno. Nessuno dramma, in fin dei conti me lo aspettavo, e con me sono stati liquidati altri 10 dei quali molti con coniuge e prole, ma quest’avvenimento mi ha messo davanti ad una scelta. Vado a lavorare in un’altra start-up oppure no?

Passato remoto

Come sono arrivato ad una start-up? Nella risposta a questa domanda c´é anche il motivo per cui di fatto ho lasciato l’Italia...
Io provengo dal “ricco ed opulento” Nord-Est italico, dove mi sono laureato un po´di anni fa in Ingegneria; successivamente ho iniziato a lavorare per una grossa societá italiana (quotata in borsa e con migliaia di dipendenti) che si occupa tra le altre cose di software medicali. Nello stesso anno in cui ho iniziato a lavorare ho frequentato anche un master universitario. In Italia ho avuto da subito un contratto a tempo indeterminato, ma negli ultimi tempi avevo anche tutti i sintomi di un esaurimento nervoso (compresa una simpatica gastrite che mi costringeva a divertenti tour nei pronto soccorso di tutto il Triveneto). La mia vita si svolgeva prima in macchina (80 km al giorno di autostrada per andare e tornare dall’ufficio), poi 8 ore di lavoro e una di pausa pranzo con orari pressoché marmorei (guai a sgarrare di un minuto), soddisfazioni nulle, pause caffé (a pagamento) cronometrate e chiacchiere tra colleghi (in orario di lavoro) a malincuore accettate. Inutile dire che lavorare per gli ospedali implicava degli standard di qualitá, affidabilitá e sicurezza al di sopra delle nostre possibilitá, e questo implicava problemi e urgenze che a volte era difficile gestire. A tutto questo va aggiunto che non erano previsti pranzi e / o cene aziendali (se non quella di Natale che ci auto-organizzavamo e pagavamo), ne tantomeno benefit di alcun tipo e soprattutto solo acqua gratuita, nessuna carriera e zero aumenti di stipendio. Dopo anni di questa vita, semplicemente non ne potevo piú. Mi sentivo vecchio dentro, immobile e inorridito dalla persona che stavo diventando.
Questo per darvi uno spaccato del mio stato mentale e degli ambienti (la grossa societá e gli ospedali) in cui ho lavorato per quasi 5 anni. Poi mi si chiede come ho fatto a trasferirmi a Berlino per lavorare in una startup che si occupa di videogiochi. Nessun fattore moda o bohemienne, semplice necessitá. Sarei andato anche in Nuova Zelanda se l’occasione in quel momento fosse arrivata da lí.

Passato prossimo - Presente (ancora per poco)



La decisione di venire a Berlino l’ho presa ad Amsterdam, conversando col mio compagno di viaggio, che giá viveva a Berlino e lavorava nella start-up in cui sarei stato assunto.
Mi disse che stavano cercando gente che sapesse programmare (in quel caso giochi) e gli buttai lí l’idea di propormi al suo capo. Era il 2 giugno. Il primo luglio il mio amico mi chiede di mandargli il mio curriculum. Il 18 Luglio sono a Berlino per il colloquio (totalmente spesato dall’azienda). Il 20 luglio ho rassegnato le dimissioni dal mio lavoro in Italia. É stato semplice, semplicissimo. Il colloquio é stata una formalitá, quasi il volermi far vedere la sede di lavoro per farmi capire se potesse piacermi oppure no. Mi hanno subito offerto quello che chiedevo, pertanto anche la trattativa é stata banale.
E ora sono sicuro che metá degli italiani che vive a Berlino potrebbe giá odiarmi, ma comunque dovevano convincermi a lasciare un altro lavoro, per cui dovevano essere persuasivi.
Il primo giorno di lavoro é stato alienante, non capivo davvero in che luogo fossi.
L’idea che ho avuto é stato di un ambiente caldo: la sede é in un ex fonderia restaurata con un bel giardino privato davanti. I pavimenti sono rivestiti di moquette per cui é normale che alcuni colleghi si levino le scarpe per restare scalzi o indossare delle ciabatte. Ci sono due cucine provviste di tutto (anche la lavastoviglie) in cui ognuno puó cucinarsi quel che vuole. Ci sono due enormi frigoriferi in cui riporre le proprie vivande (basta segnare il proprio nome con un pennarello). C’erano casse con tutte le bevande possibili, diversi tipi di succhi di frutta freschi (di quelli da allungare con l’acqua) e la macchina del caffé / cappuccino industriale. Appena sono arrivato, il capo delle risorse umane mi ha scattato una foto, successivamente affissa insieme a quella degli altri colleghi con nome e dipartimento di appartenenza, e soprattutto mi ha preparato tutti i documenti (che nel mio caso, non conoscendo una parola di tedesco, é stata una manna dal cielo). Sulla mia scrivania ho trovato tutta la cancelleria di cui necessitavo, e quando ho mandato un’email a tutta l’azienda per presentarmi, non sono certo mancati i “benvenuto” di risposta. Nemmeno una settimana che ero lí, e si parte con l’organizzazione della prima festa: la cena spagnola! Praticamente essendo di 18 nazionalitá diverse, i singoli gruppi organizzavano una cena per tutti i colleghi a tema della propria nazione e interamente spesata dall’azienda stessa. Altre due settimane e si parte con la festa di halloween per cui é stato addirittura preso un locale intero con buffet e discoteca annessa e tutti gli addobbi del caso. Anche in questo caso tutto spesato. E cosí via, compresa la festa di Natale in ristorante...
Ogni giovedí in ufficio c´era la cosiddetta colazione aziendale, ovvero una colazione (omnicomprensiva) offerta dall’azienda e organizzata dalle risorse umane.
Bene... potrei anche parlarvi della maglietta omaggio, dei barbeque, ma ora é finalmente arrivato il momento di smontare questo castello fatato.
Partiamo con lo smentire subito il clima familiare: é vero che ci sono due cucine, ma queste vanno pulite, cosí come le stoviglie (per lo meno bisogna caricarle in lavastoviglie).
Per questa necessitá viene predisposto un calendario di turni settimanali divisi per dipartimenti, sará poi il capo dipartimento a dividere il turno settimanale in turni giornalieri per i propri dipendenti. Questi turni a volte inspiegabilmente saltano. Purtroppo il concetto di pulizia notoriamente é variabile da stato a stato e, senza sfociare nei soliti luoghi comuni, a volte é davvero difficile trovare una tazza pulita (tra quelle riposte dopo essere state lavate). Inoltre io ero seduto a 20 metri da una delle due cucine e, se cucinare in ufficio é una gran comoditá e un potenziale strumento di aggregazione, non lo é purtroppo la puzza che aleggia a tutte le ore (e siamo arrivati a livelli davvero intollerabili). Nei frigoriferi sono state scoperte nuove forme di vita aliena, dovute alle muffe e ai batteri che si accumulano nel cibo che i colleghi comprano ma che poi lasciano li per mesi, fregandosene di chi magari ci mette a rinfresco ogni giorno il proprio pranzo. Potrei dirvi anche che il togliersi le scarpe dovrebbe avere come condizione necessaria l’igiene dei proprio piedi, ma vivendo qui a Berlino saprete giá che non é cosí! E poi c’é sempre la puzza delle cucina che copre quella dei piedi (ma non quella del frigorifero purtroppo!).
Parliamo delle feste. Inutile negarlo, a volte fanno fatica a decollare se non arriva la vodka. Mi hanno spiegato che l’alcool qui ha una forte funzione sociale, in quanto disinibisce persone che normalmente sarebbero androidi, ma a volte (soprattutto per gli organizzatori) credo che sia frustrante, tant´é che le feste a tema sono praticamente cadute nel dimenticatoio. Inoltre non intravedo alcuna voglia di socializzare: al massimo due o tre persone appartate a parlare tra loro o comunque singoli gruppetti senza grande voglia di conoscersi. Anche la colazione del giovedí, spesso si riduceva a tante persone che si prendevano il loro panino e se lo andavano a mangiare davanti al proprio monitor invece di restare tutti seduti intorno ad un tavolo. Tant’é che é stata abbandonata anche questa a favore del mittwoch mixer, ovvero sorteggia 8 persone e mandale a pranzare insieme. Dopo svariati tentativi anche questa idea é naufragata.
Proprio il rapporto tra i colleghi, e la comunicazione tra persone con cui dividi la tua giornata, sono il vero stereotipo da smentire delle start-up. Tutto questo modo “easy” di vedere il lavoro scema all’improvviso quando ci si trova davanti alla competizione per una qualsivoglia occasione di mettersi in mostra. É vero che c´é la flessibilitá di orario (basta fare le 8 ore) ma é anche vero che se arrivi in ufficio alle 9 e ti trovi ad aspettare un collega che arriva alle 11 per 2 giorni di fila, oppure che torni dalla pausa pranzo, mentre tu alle 13 eri giá pronto per far partire una consegna, alla fine ti arrabbi. Inoltre nessuno é disposto a condividere fino in fondo le proprie esperienze e conoscenze con gli altri, il che a volte si riduce a passare settimane a risolvere problemi che erano giá stati risolti settimane prima.
Il lavorare a compartimenti stagni (il team esiste solo a parole) si ripercuote molto anche nel dover affrontare i problemi, che poi scopri essere stati causati da un altro collega, di cui ignoravi le mansioni fino a due secondi prima. Dopo piú di un anno sono giunto alla conclusione che probabilmente tutta questa chiusura e indifferenza, che porta ad una totale disorganizzazione (e quando parliamo di 100 persone questa puó essere fatale), é dovuta proprio al fatto che in questa start-up si va avanti alla giornata. La sensazione il lunedí é proprio quella di “cerchiamo di arrivare a venerdí”. Questo fa si che di posizioni per un salto di carriera se ne aprono due l’anno se tutto va bene, e la gente qui si ammazza per una carriera (minima, davvero minima).
La mia gastrite nel frattempo é passata (e non é poco); ci sono giorni in cui ammetto di essermi divertito a lavoro, e le pause caffé di mezzora in giardino a godersi quel po´di sole berlinese non hanno prezzo, ma la sensazione era di essere li quel giorno, quella settimana, quel mese, ma chissá il prossimo. Bisogna conviverci con questa sensazione. Puoi accettare una start-up, i colleghi che cambiano ogni giorno, il lavoro che a volte non si sa in che direzione va, solo se sei disposto a non pensare troppo al futuro...


Futuro

E arriviamo alla giusta (si fa per dire) conclusione.
Quest’estate, quando quel po´ di sole berlinese ci beava e rincoglioniva, il CTO della star-up in cui lavoravo ha abbandonato l’azienda, ed essendo lui uno dei due co-fondatori la sensazione é stata del capitano che abbandona la nave. Sensazione che nei mesi successivi si é tradotta in un'emorragia di persone, tendenzialmente le piú valide, e nella totale incapacitá del management di contenerla. Quello che mi ha molto colpito é stata proprio la sensazione di malessere che immediatamente ha cominciato ad aleggiare negli uffici, e la totale assenza di empatia dei capi verso questo veleno che stava intossicando l’ambiente. Ad ottobre finalmente qualcosa ha cominciato a cambiare, ma era evidentemente troppo tardi. A me personalmente é stato offerto un salto di carriera (solo come titolo ovviamente), un aumento di stipendio, un bonus annuale e il prolungamento del periodo di preavviso da 4 settimane a 12. Il che comunque ha lasciato quel sapore dolceamaro del ricatto, un modo “legale” per trattenerti in quell’azienda. In Germania, dove la flessibilitá lavorativa é un dato de facto, con tre mesi di preavviso non ti assume nessuno. Alcuni dipendenti evidentemente non hanno ceduto a questo ricatto e la fuga é continuata imperterrita. Il grosso segnale d’allarme era che queste persone non venivano rimpiazzate; da 120 dipendenti di Gennaio siamo ben presto arrivati a 60 in meno di un anno.
A fine Novembre, con soli dieci giorni di preavviso (in barba ai 3 mesi dovuti) il 15% dell’azienda, me compreso (perché “troppo costoso”), siamo stati convocati e sollevati dal nostro incarico. Questo senza alcun indoramento della pillola, e palesemente in violazione del contratto di lavoro. Io personalmente ho giocato bene le mie carte (italians do it better) e oltre al pagamento del mese per intero ho ottenuto una degna buonauscita, ma temo che in molti presi dallo sconforto abbiano accettato il proprio destino senza avanzare richieste.
Il mio 2013 inizierá quindi con un bel “vita a Berlino 2.0” e la domanda sorge spontanea: cosa faró? Credo che mi metteró a studiare tedesco seriamente, ecco cosa faró. La mia integrazione in questa cittá passa prima di tutto dalla lingua. Quindi almeno un mese voglio dedicarlo a questo, poi spero di essere in grado di sostenere un colloquio in madre lingua e a quel punto faró le mie valutazioni. Prenderó in considerazione un’altra start-up? Diciamo che le reputo una buona palestra per imparare qualcosa di nuovo, per cui si. Ma questa volta vorrei avere la lungimiranza nel lasciare l’azienda io prima che lo facciano loro...