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lunedì 31 ottobre 2016

Quinto anniversario

Ed eccomi qua, col solito post anniversario. Unica vera costante di questo desolato blog.
Mi scuso per il ritardo, ma il 4 ottobre ero in Argentina, da qualche parte in Patagonia. Ma questa é un'altra storia.
L'anno passato é stato strano sotto molti punti di vista, e per questo devo dire che é volato senza che me ne accorgessi.
Il clima per iniziare: l'inverno é stato sin troppo mite, il che é incredibile per una città come Berlino la cui latitudine é prossima alla Siberia. Per cui l’attesa e l’apprezzamento per la primavera non é stata cosi trepidante come gli altri anni. Di contro l’estate ha fatto abbastanza schifo, il che é perfettamente nelle corde di Berlino.
Lavorativamente parlando, ho concluso il post-anniversario scorso dicendo che avevo appena accettato una nuova offerta da una compagnia blasonata e quotata in tutta la Germania, e ora in Europa (data la recente acquisizione da parte di un gruppo internazionale). Vorrei dire che sono tutte rose e fiori, ma conflitti interni e difficoltà organizzative, stanno portando una serie di problemi e un turn over di personale, che mi ricordano purtroppo un film già visto. Spero solo che questa incertezza passi con l’anno che verrà.
La vera soddisfazione dell’anno é la casa, che a fatica e con una certa perseveranza ho arredato e reso funzionale ai miei bisogni, e ne sono oggettivamente orgoglioso.
Dall’altra parte, quello che ha davvero rovinato l’anno passato, sono una serie di grane legali che sembrano non avere conclusione: in primis la famosa palestra di Madonna (la Hard Candy che ho menzionato sempre nel post dell’anno scorso) che é fallita chiudendo i centri da un giorno all’altro. Peccato che io avevo appena pagato 1000 euro per una sottoscrizione a vita (sì, avete letto bene, un abbonamento per tutta la vita a soli 1000 euro). E così adesso concorro coi creditori alla bancarotta della mia palestra. Nessun cenno dalla signora Ciccone per ora.
Altra grana é dovuta alla precedente casa che ho affittato per 4 anni. Non per vantarmi, ma quando affittai quell’appartamento non era propriamente un gioiello. Ho sistemato i mobili che chi c’era prima mi ha lasciato; messo le tende; sbiancato le pareti e soprattutto dato una profonda pulita visto che chi c’era prima aveva un gatto che perdeva più peli di me prima e durante l’alopecia. In tutto questo per 4 anni ho sempre pagato tutte le spese, non ho mai rotto i coglioni alla proprietaria, ne ai vicini di casa (seppur ad un certo punto mi hanno schiaffato un ristorante al piano terra, con cucina nelle cantine). Quando sono andato a Sofia per quasi 4 mesi, mi sono sognato di subaffittare il mio appartamento, perdendo una barca di soldi, ma con la paura che qualcuno lo rovinasse, causandomi più danni che benefici. Bene, quando ho lasciato l’appartamento a Novembre, mi é stata negata la possibilità di trovare qualcuno che mi subentrasse prima della scadenza effettiva del contratto (Gennaio 2016) e che comprasse tutti i mobili. Quindi mi sono dovuto prendere la briga di vendere tutti i mobili, verniciare casa e soprattutto pagare l’affitto a vuoto per 3 mesi. Quando ovviamente la cosa non era successa per me. E per concludere questa favolosa storia, ad oggi non ancora rivedo la mia caparra (ben 1800 euro) per motivi ignoti. Il termine massimo é sei mesi dalla fine del contratto, per cui ora l’agenzia é in piena illegalità, ma ovviamente la cosa non tange nessuno a parte me. Ovviamente sto procedendo anche in questo caso tramite il mio avvocato, ma temo che sarà una lunga e dispendiosa storia.
Per concludere, come ormai mi rendo conto guardando il mio non-blog, Berlino é entrata nella mia quotidianità come un paio di pantofole, non adatte alle grandi occasioni, ma comode come poche cose al mondo. Probabilmente anche Berlino si é adattata alla grande mole di immigrati, perché ormai ho la sensazione che manco ci si sforzi piú di parlare tedesco, ma bensì inglese.

Se non ci sentiamo prima, buone feste!

venerdì 9 gennaio 2015

Imparo il tedesco a Berlino - Le scuole di lingua

Oggi, in questa grigia e tetra giornata di gennaio, voglio parlare di un argomento che porterà il mio umore ancora più in basso: il tedesco (inteso come lingua germanica).
La tediosa e superficiale domanda che solo chi non ha mai vissuto in Germania costantemente mi propina è: ma sto tedesco te lo sei imparato?
Ebbene la risposta a distanza di tre anni è NO. E sottolineo OVVIAMENTE NO.
Partiamo dal presupposto che i limiti
sono miei, ma anche della vita che conduco.
In primis, io sono arrivato a Berlino senza saper neppure scrivere “ja” (e infatti lo scrivevo “ya”) a trent’anni suonati senza mai essermi posto il problema di studiare tedesco, e quindi dovendo partire da zero e con un blocco mentale notevole.
In secondo luogo il tempo a disposizione è quello che è, lavorando tutto il giorno e considerato che il sabato e la domenica le scuole sono chiuse. Io a scuola ci sono sempre andato, e dopo il lavoro vi assicuro che la capacità di concentrazione svanisce al primo olezzo di cibo (e la mia attuale scuola ha un ristorante annesso quindi l’eventualità è tutt’altro che rara).
Infine, mettiamoci pure che la città in cui vivo e il mio lavoro non rendono il tedesco una necessità stringente, a patto di sapere l’inglese. Inutile ripeterlo, ma il fatto che la città sia stracolma di stranieri fa si che l’inglese sia molto diffuso, per non parlare dell’italiano, che impera anche nei luoghi più impensabili. Insomma sopravvivo benissimo col mio poco tedesco.
Ma questo vuole essere un post sulle scuole di lingua e non sulla mia pigrizia.
Anno domini 2011, appena arrivato a Berlino, da neofita quale ero mi iscrivo alla scuola più famosa dopo il CEPU, il Goethe Insititute, livello A1.
Era un corso pseudo intensivo, tre volte a settimana (lunedì, martedì e giovedì)  per tre ore (dalle 18 alle 21) per 6 settimane. Nonostante fossi appena arrivato, nonostante il nuovo lavoro, nonostante il fatto che la casa in cui ero rappresentava una fonte inesauribile di casini (vedere post precedenti), devo ammettere che é stato un corso valido, molto valido. Il merito é andato all’insegnante, davvero paziente e bravissima nel celare il fatto di conoscere l’italiano meglio di me, e alla mia ignoranza in materia (é facile riempire un vaso vuoto). Difetti: il costo spropositato (600 euro), la fatica (a volte tanta) e la presenza di italiani per classe (più di metà) che però sono tuttora i miei migliori amici.
Arriviamo al 2012, mi dico che in fin dei conti la precedente esperienza non era stata male, e mi iscrivo anche al corso A2, forte della presenza dei precedenti compagni italiani, ormai divenuti amici (il voler imparare il tedesco perché ci sono i tuoi amici italiani in classe NON é mai una buona motivazione, annotatevelo!). Purtroppo dopo aver pagato i 600 euro, arriva l’amara sorpresa: non é stato raggiunto il numero di iscritti e così mi hanno spostato nel corso meno intensivo (ovvero 2 volte a settimane, martedì e giovedì, stesso orario ma per 8 settimane). A questo si somma il fatto che l’insegnante non era più la stessa, bensì un insegnante tutto sommato decente, ma sostituito dopo sole 2 settimane con un’anziana signora chiaramente non tedesca, e chiaramente non brava quanto i precedenti insegnanti. Morale della favola: due mesi persi a parlare di code alla vaccinara durante la lezione! Ma per il Goethe ero abile per l’A2 e quindi certificato ottenuto.
Finito il corso, mi sono scoraggiato parecchio, anche in virtù del costo, della fatica e del fatto che più passavano i mesi a Berlino e più italiani conoscevo, soprattutto a lavoro.
A quel punto fu proprio l’azienda per cui lavoravo a sorprendermi, mettendo un’insegnante di tedesco a farci un corso di 2 ore una volte a settimana, dopo il lavoro ovviamente.
Il corso durò circa 4 mesi, e seppure non servì a molto, data la disparità di livello degli elementi in classe, mi fece apprezzare l’insegnante che mi consigliò la scuola dove lei abitualmente insegnava, ovvero la GLS.
Arriviamo al momento in cui mi sono ritrovato per tre mesi a spasso, correva l’anno 2013; l’azienda che mi mise alla porta mi pagò una degna buona uscita per non denunciarla, e in più avevo il mio sussidio di disoccupazione. Mi dico: ora hai tempo e soldi, investili seriamente in una scuola full-time di tedesco. E così mi iscrissi finalmente alla GLS per l’intensivekurse (5gg a settimana, 7 ore al giorno divise in 2 di grammatica, 2 di vocabolario e 3 il pomeriggio di conversazione). Inizialmente optai per soli due mesi, dato il costo esorbitante (2000 euro), e il livello in cui venni ammesso: nuovamente A2, ma la cosa non mi sorprese, e mi diede ulteriore misura dell’attendibilità del Goethe, che rimane tuttora il certificatore ufficiale. Inutile dirvi che in due mesi presi il B1 e la scuola funzionò egregiamente. Nulla, e sottolineo nulla da recriminare. Ogni centesimo pagato fu abbondantemente ricompensato. Tornavo a casa e mi trovavo a pensare in tedesco lungo la strada; andavo nei negozi e parlavo tedesco (pur conscio die miei limiti) senza alcuna vergogna; mi trovai a comprare libri di narrativa in tedesco. Ma mi mise davanti a tutti i motivi che avrebbero fatto si che il tedesco non lo avrei più imparato a meno di continuare a frequentare quel tipo di scuola. Io imparai tanto tedesco, e parlai tanto tedesco per due motivi fondamentali: classe formata da 5 elementi (di cui io ero il solo italiano) e immersione totale in un ambiente tedesco in cui l’inglese non era tollerato, ne parlato.
La vita infatti mi portò nuovamente in ambienti dove italiano e inglese la facevano da padroni, e nel mentre lasciai pure Berlino per 3 mesi alla volta della Bulgaria. E così quel poco di buono che avevo imparato in quei due mesi svanì in quasi un anno di fermo totale.
Arriviamo al 2014, siamo già a Maggio. L’azienda che mi ha assunto mi ha fornito come benefit il pagamento di una scuola di tedesco a mia scelta per 6 mesi, e forte della mia precedente esperienza decisi di iscrivermi nuovamente alla GLS, corso serale da due volte a settimana (martedì e giovedì) per due ore. Purtroppo non ho potuto fare di più, vista la distanza della scuola dall’ufficio, che mi ha costretto ad uscire un’ora prima dal lavoro nei giorni di corso. Ho finito anche il B2, ma ammetto di non ritenermi soddisfatto, fosse altro per lo scarso impegno che ho dedicato al corso. La stanchezza aumenta e con essa anche il malumore. Durante i mesi di corso, per altro ci é stata messa a disposizione un’insegnante di tedesco a lavoro, una volta a settimana per un’ora e in pausa pranzo. Inutile dirvi che un corso fatto così non serve quasi a nulla.
Concludo questo post tristissimo consigliandovi quanto segue: il tedesco si impara stando coi tedeschi e imponendosi di parlarlo. Una scuola serve coi dovuti limiti, in fin dei conti il tedesco come lingua é un insieme di regole grammaticali che potete studiare da soli su un buon libro. Se avete tempo e soldi, investite almeno 3-4 mesi (di più é meglio) in un vero corso intensivo. 

Io credo che mi butterò sullo spagnolo. Pace.

domenica 26 ottobre 2014

Consigli su come sopravvivere al lavoro a Berlino

Piccolo decalogo su quella che è la vita lavorativa a Berlino:
  • A Berlino l’età non conta, questo significa che se hai 50 anni ti troverai a dire “agli ordini capo” ad un ventenne.
  • Durante un colloquio a Berlino l’esperienza conta poco, ma conta “qualcos’altro”, verosimilmente la personalità e la proattività, quindi trovate un buon modo per dimostrarvi all’altezza.
  • La meritocrazia a Berlino è relativa, il che significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino i salari sono relativi, più alti dell’Italia ma più bassi della media Germanica, e forse dei tedeschi, e questo significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino, se non sei tedesco sei straniero. Suona banale, ma è bene ricordarselo, prima che andiate dal vostro capo a lamentarvi di una qualsiasi cosa e vi sentiate rispondere qualcosa tipo “puoi sempre tornartene da dove sei venuto”.
  • Berlino è piena di Italiani messi peggio di voi e con più capacità di voi, quindi attenzione a quando alzate la cresta per una qualsivoglia ingiustizia, perché sentirete rispondervi qualcosa tipo “guarda che la fuori c’è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto”, ed è vero!
  • Lo dissi già per quanto riguarda la ricerca della casa, ma a Berlino vince chi si accontenta, anche sul lavoro. Prendete quello che vi viene dato con gratitudine, fate quello che vi viene richiesto con un sorriso, e farete probabilmente carriera; in caso contrario subentrerà quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino il lavoro c’è, va cercato perché non vi viene dal cielo, ma da qualche parte c’è. Il problema è che va preso con molta umiltà e gratitudine verso i tedeschi e la Germania e forse noi non ne siamo tanto capaci. Forse perché non vogliamo più sottostare a certi compromessi, forse perché ci intortano con tante bugie sulla Germania e su Berlino, forse perché le nostre aspettative sono troppo alte.


Per concludere, a Berlino le occasioni non mancano, ma è giusto sapere che per uno che ce la fa, 1000 altri non resistono nemmeno un anno; non mi stancherò mai di dirlo, io per primo sono sempre con un piede in aeroporto pronto a cambiare Paese, perché questa città non è per tutti, e non è quella che vi descrivono i tiggí. Alla fin fine, quello che quasi sempre predomina a Berlino, è quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.

venerdì 3 ottobre 2014

Terzo anno

Ebbene si. Mi trovo in USA per una breve vacanza, e mentre il jet-lag mi ha privato del sonno, ho realizzato che ad ottobre sono 3 anni che mi sono trasferito a Berlino.
è stato un anno intenso, pieno di vita, come al solito. L’anno scorso scrivevo del mio secondo anno a Berlino da Sofia, proprio nel mentre che la mia startup stava prendendo forma. Ora a distanza di un anno quella parentesi è chiusa e io già da aprile ho un altro lavoro full time in un’altra azienda. Perché poi alla fine Berlino è anche questo, un’altra possibilità te la da sempre, sempre che tu sappia coglierla al volo. E così mi ritrovo a pensare al mio rapporto con questa città a distanza di 3 anni, che per Berlino valgono come 30, ma di nuovo da molto lontano.
Sono a Chicago, solo da 2 giorni, eppure sono già pazzo di questa città. Mi succede sempre quando vengo in America, è come un richiamo fortissimo, un’attrazione fatale forse fomentata da mille serie tv viste in tenera età. E poi so già che quando andrò via sarà un pugno nello stomaco, un altro. Ecco, Berlino per me non è stata così, non lo è tuttora; non è stato un colpo di fulmine, non mi ha attirato a se con inutili moine (quelle che i tiggi nazionali propinano e che sono solo favole), non è stata nemmeno un ripiego. Ho voluto provare, certo che peggio della vita che stavo vivendo non poteva essere. E poi lentamente, con un vicendevole corteggiamento abbiamo deciso che poteva valere la pena avere una relazione. Ma ogni giorno costruiamo qualcosa di nuovo, litighiamo, facciamo pace, litighiamo di nuovo.
Guardando indietro ai 10 motivi che mi trattengono qui e a quelli che mi farebbero andare via, sinceramente comincio a ripensare seriamente alla mia permanenza a Berlino, alla luce del fatto che la bilancia comincia a pendere verso i secondi 10 motivi. E poi come ogni bella storia d’amore che si rispetti, in amore vince chi fugge! 
Ma a parte questo comincio ad essere stanco. Stanco di quello che scrivevo come un motivo per restare, ovvero che non e’ una città per vecchi, e purtroppo le migrazioni di massa di questi ultimi due anni, hanno ulteriormente abbassato l’età media. E se va bene vivere la notte come quando avevo 18 anni senza essere giudicato, non va bene trovarsi a fare colloqui o a dipendere da gente che ha un 9 davanti l’anno di nascita. Faccio davvero fatica a configurarmi in un contesto dove il mio “capo” o chi decide per me non ha nemmeno 2 anni di esperienza alle spalle. Ne va del mio orgoglio, dell’amor proprio, e ormai qui sta diventando la regola. Non avrei mai voluto far ruotare la mia vita o la mia soddisfazione personale intorno al lavoro, ma purtroppo è l’attività che occupa più tempo nella mia giornata, e diventa sempre più difficile se hai una certa età e una certa maturità professionale.
Nella lista dei 10 motivi che mi farebbero scappare da questa città, parlavo degli italiani a Berlino. La situazione è chiaramente degenerata, e se da una parte hanno colonizzato la città con 1000 nuovi ristoranti (il che non mi dispiace), dall’altra hanno fatto venire alla luce quello che i tedeschi sono, arrivisti e speculatori. Purtroppo l’arrivo in massa di italiani, spagnoli, greci e portoghesi alla ricerca disperata di un posto di lavoro e di una casa, ha portato ad un decremento spaventoso dei salari (vista la mole di gente disposta a lavorare per 1/5 dello stipendio) e contestualmente ad un aumento vertiginoso degli affitti per le case. E il trend non è destinato a cambiare.
Inoltre, dopo un po’ che vivono qui, quando la situazione si prospetta meno rosea di quella italiana, subentra la frustrazione, e a questo punto è tutto uno sfogo sul primo che capita (tendenzialmente connazionale, vista l’incapacità di poterlo fare sui tedeschi data la mancanza delle conoscenze linguistiche per farlo) oppure frega frega il prossimo tuo.
Inevitabilmente questo si sta riflettendo sulla mia vita, e di chi è qui da più tempo di me: prima di tutto sul lavoro, la sensazione è che io non possa più chiedere niente, poiché nel caso l’uscita so dov’è e soprattutto sanno che di gente disposta a lavorare per meno e in silenzio ne trovano quanta ne vogliono. E parliamo di lavori altamente qualificati (non oso immaginare per quelli per cui non è richiesta nemmeno una laurea). Per quanto riguarda la casa, anche volendo cambiare zona (avvicinandomi all’ufficio per esempio) ormai sono tutte carissime rispetto a quando arrivai, per tanto me ne resto qui, dove per lo meno l’affitto rimane quello di 2 anni fa. Insomma, è diventato tutto un prendere o lasciare, un accontentarsi. E io, come forse si sarà capito dai miei post precedenti, non mi accontento facilmente.

Per concludere, cara la mia amata-odiata Berlino, in questi 3 anni ce la siamo spassata è vero, ma se i brutti momenti continueranno ad offuscare quelli belli, non potrò fare altro che lasciarti, ma se non altro resteremo amici. Per sempre.

martedì 29 ottobre 2013

Amici - Aiaiaia

Si é concluso il mio secondo anno a Berlino, ma l’evento in se non ha avuto l’importanza e la solennità dell’anno scorso.
Il perché é presto spiegato: in questo momento della mia vita sono a Sofia, in Bulgaria.
E questo va avanti da almeno un mese e mezzo. Le ragioni sono riconducibili a quello che ho scritto un paio di post fa sulla ricerca di un lavoro a Berlino, e forse nel mondo. Peccando di presunzione, credo che a Berlino non ci sia niente per me, per cui ho deciso insieme ad un amico di fare la startup. Sí, il vero concerto della banalità moderna: abbiamo preso una buona idea, l’abbiamo messa su carta, abbiamo iniziato a realizzarla e qualcuno ce l’ha finanziata con uno di quei programmi di accelerazione / incubazione che tanto sono di moda (solo che io sono a Sofia). Ecco. Non scenderò nei dettagli perché sarebbe prematuro, ma al momento del lancio del prodotto potrei scrivere qualcosa sul mondo delle startup.
Quindi l’anno passato per me é stato lo specchio dell’anno passato a livello mondiale. Crisi del lavoro, crisi di identità, voglia di fare qualcosa di proprio e alla fine startup.
In tutto questo periodo però, importanza cruciale l’hanno rivestita le persone che mi circondano, quelle che reputo amiche. E mi reputo fortunato ad averle.
Io ho un concetto di amicizia estremo; mi deriva da anni e anni di batoste, di tempo speso con le persone sbagliate, di pugnalate alle spalle di cui ho perso il conto e soprattutto da un certo carattere che non mi ha mai fatto elemosinare attenzioni o benevolenza. Anzi, ho personalmente verificato che più sei stronzo più la gente ti vuole bene, ti ama persino. E quando questo succede, me ne dispiaccio molto, forse per qualche dinamica cattolica - di sensi di colpa che ancora sto sondando.
Per me un amico é uno a cui non devi chiedere. Che poi é quello che mi aspetto da chiunque mi conosca a fondo (e che quindi mi vuole bene se é sopravvissuto al mio fianco per tanto tempo). Se io vengo licenziato con modalità discutibili, mi aspetto di non dover giustificare qualche malumore, ma anzi dovresti supportarmi e sopportarmi al meglio che puoi. Se pensi che io sia in torto per qualcosa, vorrei che tu me lo dicessi in faccia, non che dai la ragione al fesso salvo poi sparlare dietro tutto il tempo. E soprattutto non sono un clown, non posso essere divertente sempre e comunque a comando. Qualche volta potreste farmela fare voi qualche risata.
Insomma, le vicissitudini di questo lunghissimo anno mi hanno portato a fare una bella pulizia di gente e ad avvicinarmi ad altre, a mettere ulteriori paletti tra me e il resto del mondo (che ormai é sempre più risicato, ma va bene così; il buonismo é il cancro dei rapporti umani e farsi piacere tutti anche no). 
Posso dire a questo punto della mia acidità sanguigna di non tollerare più: gli stupidi (non quelli che non ci arrivano, ma peggio… quelli che non sanno di esserlo), gli egocentrici e gli egoferiti (se mi parli ripetutamente di lavoro o cose inerenti al tuo lavoro quando vengo fuori da una certa situazione, forse hai la sensibilità di un asfalto sulle ginocchia), quelli che fingono una bontà che non gli appartiene (parlare bene di una persona davanti e sparlarne dietro fa di te un cagasotto che non ha le palle di affrontare i proprio demoni) e soprattutto quelli che ti usano per i loro scopi salvo poi trattarti come una riserva quando hanno di meglio da fare (schiaffandotelo pure in faccia). Bene, io non mi reputo una persona cattiva: stronzo si, ma cattivo no. Non arriverei mai a fare del male ad una persona. Ma l’ultima categoria di cui sopra fa venire fuori di me Lucifero in persona. Io ho amici che vedo una volta l’anno, ma so che non posso pretendere o aspettarmi altro e va bene cosí, mi fa piacere rivederli per il gusto di rivederli (e loro sono sempre lí, che ti aspettano); e poi ci sono quelli che vedi tutti i giorni, tutti i weekend o ogni due settimane. Beh, da questi mi aspetto un certo volume di attenzioni, perché se esci con me tutti i weekend e poi quando hai di meglio da fare mi mandi a cagare senza manco invitarmi, mi stai trattando come uno straccio da piedi e io non lo permetto. Punto.
Per concludere, come canta Tiziano Ferro, nessuno é solo. Siamo 7 miliardi ormai ed é davvero difficile essere soli. In questo momento sono solo in casa, ma mi pare di avere i vicini a pranzo. Si é soli se si vuole esserlo. Io ho la mia solidità e la mia stabilità, non ho bisogno incessante di altre persone nella mia vita, per cui se apro uno spiraglio ad alcuni pretendo qualcosa in cambio. Non so cosa ho da dare, ma rimane il fatto che per alcune persone stranamente rimango un punto di riferimento. 

Penso di avere imparato molto quest’anno in quest’ambito. Penso di aver dato il giusto e di aver ricevuto il giusto, perché ho eliminato i parassiti. Probabilmente io per primo pecco di tutte le cose che mi danno fastidio, ma mia nonna dice sempre “circondati di chi é 1000, 10000, un milione di volte meglio di te!”. 

venerdì 9 agosto 2013

Parassiti della societá... ma per una giusta causa

Siccome inizio ogni post recente scusandomi per l’assenza ingiustificata e reiterata senza vergogna, questa volta non lo faró. Ho avuto da fare e questo é quanto.
In compenso avevo promesso lumi su alcuni argomenti, quindi procedo col soliloquio.
In Germania, e soprattutto qui a Berlino, c´é il mito del sussidio facile e generoso. Partiamo col dire che OVVIAMENTE non é cosí. Ma tanto in molti continueranno a fare inutili paragoni tra il wellfare tedesco e quello italiano ignorando tutta una serie di clausole che spesso si trascurano per paura di scontrarsi con la dura realtá.
Il sussidio di disoccupazione, quello che viene dato a coloro che hanno perso il lavoro, viene erogato per un periodo proporzionale a quello di lavoro in un’azienda tedesca. NON é perenne e non vi viene certo dato finché il vostro figlio immaginario compie 25 anni. L’importo inoltre é pari a circa il 75% dell’ultima mensilitá per un massimo di 1000 euro e qualcosa (e generalmente questo é quello che vi verrá elargito). Nell’importo non é inclusa l’assicurazione sanitaria che viene pagata a parte dallo Stato. Il periodo di erogazione é pari alla metá dei mesi in cui avete lavorato in un’azienda tedesca. Se peró siete voi che vi licenziate, a questo periodo dovete sottrarre 3 mesi (quelli necessari perché scatti la disoccupazione). Qualcuno sosterrá che tutto ció é comunque bellissimo, perché il sussidio é comunque erogato a tutti coloro che perdono / lasciano il lavoro. Beh, é comodo sicuramente, ma sappiate che vi stanno solo ridando soldi che praticamente avete versato voi e la vostra azienda nei mesi di lavoro, e quí a meno di contrattazione a mezzo di avvocati non é previsto TFR (aka liquidazione). 
Per la cronaca, questo sussidio va espressamente richiesto al Bundesagentur für Arbeit competente (l’ufficio del lavoro) e, ancora una volta, lí nessuno parla inglese! Ma ovviamente vi avranno detto che a Berlino TUTTI ma proprio TUTTI parlano inglese e che il tedesco non serve. E Babbo Natale esiste e lavora per la Coca-cola.
Il termine massimo per la richiesta é di 3gg dal licenziamento, e dovete portare tutto, ma proprio tutto il cartaceo di cui disponete con voi. Chiedete all’ufficio del personale della vostra azienda tutti i documenti che servono per il sussidio; vi ricordo che siamo in Germania, se vi manca qualsiasi XYZDGGFFGung vi rimandano a casa senza passare dal via. A me é stato richiesto anche l’attestato INPS comprovante la mia regolaritá in materia di contributi. In cambio vi daranno un bel plico di scartoffie da compilare con la vostra storia lavorativa e universitaria, tutto nel buon vecchio tedesco. Da questo momento in poi inizia una via crucis che si conclude fortunatamente col ricevimento del primo sussidio: vi verrá assegnato un tutor che vi guiderá nella ricerca del lavoro nella Job-borse (questa fortunatamente tradotta in Italico, ma non ne farei un motivo di orgoglio) e col quale avrete due o piú fantastici colloqui in cui lui parlerá e voi fingerete di capirlo dall’alto del vostro corso di tedesco De Agostini. Vi verrá anche detto di comunicare tempestivamente ogni vostro spostamento (io non l’ho fatto, e nessuno se ne é accorto).
E qui si conclude la burocrazia tedesca che non vi lascia mai soli nei momenti di sconforto.
Passiamo ora a smentire voci e leggende al cui pari Starwars é una storia realmente accaduta. 
Si dice che a Berlino lavori 3 mesi e poi chiedi un sussidio per cui ti pagano affitto, corso di tedesco, krankenkasse e pure la spesa, vita-natural-durante. Partiamo col dire che i rubinetti se non sono stati chiusi sono stati per lo meno ristretti. Ottenere questo fantomatico Harz 4 é difficile se non impossibile; sono richieste cause di disoccupazione non colmabili a breve. Se poi non siete tedeschi forse un viaggio a Fatima aiuterebbe.
Le condizioni per l’assegnazione di questo sussidio sono molto vincolanti e vi invito a googlarle per il vostro divertimento. Una di queste prevede che voi diate accesso a tutti i vostri conti correnti per l’ispezione sul consumo dei quattro soldi che danno (sono una cifra irrisoria, nell’ordine delle centinaia di euro, ma non dimenticate che affitto e assicurazione sono a parte). Per dire, comprate un biglietto easyjet e verrete interrogati, iscrivetevi ad una palestra e probabilmente verrete scortati in cella di isolamento.
Ho 3 figli, quindi mi danno 1000 euro per ognuno fino al 25mo anno. Come no. Le cifre sono anche qui dell’ordine delle centinaia di euro e vengono elargite solo in determinate situazioni (reddito inferiore ad un tot e varie ed eventuali).
Bene, potrei continuare ancora per un po´, ma spero che il messaggio sia arrivato. Non é il paese dei Balocchi. Nessuno vi regala un bel niente. Ne quí ne altrove. E se pensate di fare i furbi in Germania non avrete vita lunga.
Io personalmente ho percepito il sussidio di cui sopra (quello vero per intenderci) per qualche mese e ne ho approfittato per fare cose che lavorando non riuscivo a portare a termine (vedi scuola di tedesco). Questi soldi vanno presi con questo spirito: usiamoli per colmare quelle lacune che ci renderanno piú appetibili sul mercato del lavoro. E se poi volete approfittarne per fare un pó di vacanza dopo anni interrotti di lavoro, allora fatelo pure. 

Passo e chiudo (scrivere “a presto” suonerebbe ipocrita).

domenica 19 maggio 2013

Pulizie di primavera - gli italiani a Berlino che se ne vanno (grazie al cielo)



Berlino deve avere un qualche sistema immunitario. Ha il potere di fagocitare individui, trasformandoli e rendendoli parte dei suoi colorati murales, oppure di espellerli con modalità più o meno drammatiche.
Io posso parlare solo per quegli italiani che sono passati da qui, e che in qualche modo hanno intersecato il mio cammino, e devo dire che col tempo non molti di loro stanno restando a Berlino.
Lo si dice, lo si scrive, ma io lo affermo da quando sono venuto qui la prima volta, come turista: Berlino non è per tutti. Per alcuni è una carezza, e ne vuoi sempre di più, per altri è un pugno nello stomaco, e l'unica via di uscita e scappare dal tuo aggressore, a meno che tu non voglia soffrire ancora.
Non voglio peccare di presunzione, e dire che Berlino va bene per me e non per te, dico solo che siamo diversi e come tali abbiamo esigenze e percezioni diverse. L'unica cosa che faccio fatica a capire è che in una città di quasi 4 milioni di abitanti, un'estensione pari a 5 volte Milano, tutte le culture del mondo che si incontrano in un mix metafisico, tu non sia riuscito/a a trovare la tua dimensione, la tua cerchia di amici, i tuoi posti speciali, addirittura nemmeno una casa che ti accolga.
Ecco, mi rivolgo proprio te, che arrivi a Berlino urlando ai 4 venti di quanto sia bella questa città per la tolleranza e le sue mille sfaccettature, e poi passi il tempo successivo a lamentarti di quanto le differenze e il diverso modo di pensare ti risultino inconcepibili, di quanto amore provi per gli animali e di quanto sia bello poter fare una scelta alimentare diversa in questa città viste le mille scelte che offre, salvo poi non essere capace della minima affettività per le persone che provano ad avvicinarti; ecco, mi rivolgo proprio a te: grazie per andartene. Una scoria in meno, è un'infezione (potenziale) che se ne va.
Ps.: ogni riferimento a cose e persone è voluto.