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venerdì 9 gennaio 2015

Imparo il tedesco a Berlino - Le scuole di lingua

Oggi, in questa grigia e tetra giornata di gennaio, voglio parlare di un argomento che porterà il mio umore ancora più in basso: il tedesco (inteso come lingua germanica).
La tediosa e superficiale domanda che solo chi non ha mai vissuto in Germania costantemente mi propina è: ma sto tedesco te lo sei imparato?
Ebbene la risposta a distanza di tre anni è NO. E sottolineo OVVIAMENTE NO.
Partiamo dal presupposto che i limiti
sono miei, ma anche della vita che conduco.
In primis, io sono arrivato a Berlino senza saper neppure scrivere “ja” (e infatti lo scrivevo “ya”) a trent’anni suonati senza mai essermi posto il problema di studiare tedesco, e quindi dovendo partire da zero e con un blocco mentale notevole.
In secondo luogo il tempo a disposizione è quello che è, lavorando tutto il giorno e considerato che il sabato e la domenica le scuole sono chiuse. Io a scuola ci sono sempre andato, e dopo il lavoro vi assicuro che la capacità di concentrazione svanisce al primo olezzo di cibo (e la mia attuale scuola ha un ristorante annesso quindi l’eventualità è tutt’altro che rara).
Infine, mettiamoci pure che la città in cui vivo e il mio lavoro non rendono il tedesco una necessità stringente, a patto di sapere l’inglese. Inutile ripeterlo, ma il fatto che la città sia stracolma di stranieri fa si che l’inglese sia molto diffuso, per non parlare dell’italiano, che impera anche nei luoghi più impensabili. Insomma sopravvivo benissimo col mio poco tedesco.
Ma questo vuole essere un post sulle scuole di lingua e non sulla mia pigrizia.
Anno domini 2011, appena arrivato a Berlino, da neofita quale ero mi iscrivo alla scuola più famosa dopo il CEPU, il Goethe Insititute, livello A1.
Era un corso pseudo intensivo, tre volte a settimana (lunedì, martedì e giovedì)  per tre ore (dalle 18 alle 21) per 6 settimane. Nonostante fossi appena arrivato, nonostante il nuovo lavoro, nonostante il fatto che la casa in cui ero rappresentava una fonte inesauribile di casini (vedere post precedenti), devo ammettere che é stato un corso valido, molto valido. Il merito é andato all’insegnante, davvero paziente e bravissima nel celare il fatto di conoscere l’italiano meglio di me, e alla mia ignoranza in materia (é facile riempire un vaso vuoto). Difetti: il costo spropositato (600 euro), la fatica (a volte tanta) e la presenza di italiani per classe (più di metà) che però sono tuttora i miei migliori amici.
Arriviamo al 2012, mi dico che in fin dei conti la precedente esperienza non era stata male, e mi iscrivo anche al corso A2, forte della presenza dei precedenti compagni italiani, ormai divenuti amici (il voler imparare il tedesco perché ci sono i tuoi amici italiani in classe NON é mai una buona motivazione, annotatevelo!). Purtroppo dopo aver pagato i 600 euro, arriva l’amara sorpresa: non é stato raggiunto il numero di iscritti e così mi hanno spostato nel corso meno intensivo (ovvero 2 volte a settimane, martedì e giovedì, stesso orario ma per 8 settimane). A questo si somma il fatto che l’insegnante non era più la stessa, bensì un insegnante tutto sommato decente, ma sostituito dopo sole 2 settimane con un’anziana signora chiaramente non tedesca, e chiaramente non brava quanto i precedenti insegnanti. Morale della favola: due mesi persi a parlare di code alla vaccinara durante la lezione! Ma per il Goethe ero abile per l’A2 e quindi certificato ottenuto.
Finito il corso, mi sono scoraggiato parecchio, anche in virtù del costo, della fatica e del fatto che più passavano i mesi a Berlino e più italiani conoscevo, soprattutto a lavoro.
A quel punto fu proprio l’azienda per cui lavoravo a sorprendermi, mettendo un’insegnante di tedesco a farci un corso di 2 ore una volte a settimana, dopo il lavoro ovviamente.
Il corso durò circa 4 mesi, e seppure non servì a molto, data la disparità di livello degli elementi in classe, mi fece apprezzare l’insegnante che mi consigliò la scuola dove lei abitualmente insegnava, ovvero la GLS.
Arriviamo al momento in cui mi sono ritrovato per tre mesi a spasso, correva l’anno 2013; l’azienda che mi mise alla porta mi pagò una degna buona uscita per non denunciarla, e in più avevo il mio sussidio di disoccupazione. Mi dico: ora hai tempo e soldi, investili seriamente in una scuola full-time di tedesco. E così mi iscrissi finalmente alla GLS per l’intensivekurse (5gg a settimana, 7 ore al giorno divise in 2 di grammatica, 2 di vocabolario e 3 il pomeriggio di conversazione). Inizialmente optai per soli due mesi, dato il costo esorbitante (2000 euro), e il livello in cui venni ammesso: nuovamente A2, ma la cosa non mi sorprese, e mi diede ulteriore misura dell’attendibilità del Goethe, che rimane tuttora il certificatore ufficiale. Inutile dirvi che in due mesi presi il B1 e la scuola funzionò egregiamente. Nulla, e sottolineo nulla da recriminare. Ogni centesimo pagato fu abbondantemente ricompensato. Tornavo a casa e mi trovavo a pensare in tedesco lungo la strada; andavo nei negozi e parlavo tedesco (pur conscio die miei limiti) senza alcuna vergogna; mi trovai a comprare libri di narrativa in tedesco. Ma mi mise davanti a tutti i motivi che avrebbero fatto si che il tedesco non lo avrei più imparato a meno di continuare a frequentare quel tipo di scuola. Io imparai tanto tedesco, e parlai tanto tedesco per due motivi fondamentali: classe formata da 5 elementi (di cui io ero il solo italiano) e immersione totale in un ambiente tedesco in cui l’inglese non era tollerato, ne parlato.
La vita infatti mi portò nuovamente in ambienti dove italiano e inglese la facevano da padroni, e nel mentre lasciai pure Berlino per 3 mesi alla volta della Bulgaria. E così quel poco di buono che avevo imparato in quei due mesi svanì in quasi un anno di fermo totale.
Arriviamo al 2014, siamo già a Maggio. L’azienda che mi ha assunto mi ha fornito come benefit il pagamento di una scuola di tedesco a mia scelta per 6 mesi, e forte della mia precedente esperienza decisi di iscrivermi nuovamente alla GLS, corso serale da due volte a settimana (martedì e giovedì) per due ore. Purtroppo non ho potuto fare di più, vista la distanza della scuola dall’ufficio, che mi ha costretto ad uscire un’ora prima dal lavoro nei giorni di corso. Ho finito anche il B2, ma ammetto di non ritenermi soddisfatto, fosse altro per lo scarso impegno che ho dedicato al corso. La stanchezza aumenta e con essa anche il malumore. Durante i mesi di corso, per altro ci é stata messa a disposizione un’insegnante di tedesco a lavoro, una volta a settimana per un’ora e in pausa pranzo. Inutile dirvi che un corso fatto così non serve quasi a nulla.
Concludo questo post tristissimo consigliandovi quanto segue: il tedesco si impara stando coi tedeschi e imponendosi di parlarlo. Una scuola serve coi dovuti limiti, in fin dei conti il tedesco come lingua é un insieme di regole grammaticali che potete studiare da soli su un buon libro. Se avete tempo e soldi, investite almeno 3-4 mesi (di più é meglio) in un vero corso intensivo. 

Io credo che mi butterò sullo spagnolo. Pace.

martedì 30 dicembre 2014

Ciao 2014, aspettando con ansia sto' 2015

Siamo alla fine del 2014 e ho davvero bisogno di riordinare le idee accumulate nei 12 mesi passati, e scriverne mi aiuta molto.
Generalmente divido la mia vita in bene e male, ma questa volta voglio pensare l’anno passato ordinato in due categorie: ho fatto e avrei voluto fare.
Partiamo dall’ “avrei voluto fare” col dire che se può suonare come un elenco di rimpianti, in realtá vuole essere un monito ad imparare dalle opportunità sprecate.
Avrei voluto che la mia startup fosse diventata il mio futuro, e soprattutto che fosse stata più simile a me, a come vedo il mio lavoro. Cosi non é stato, e ho la mia buona dose di colpe. Sarei dovuto essere più risoluto e fermo su alcune decisioni. 
Quando ho cercato un nuovo lavoro, avrei voluto seriamente cercarlo fuori Berlino; sapevo che ormai non é più la cittá in cui vedo un futuro lavorativo serio e duraturo. Purtroppo ho visto sfumare una bella opportunità a Stoccarda e anche in questo caso ho la mia buona dose di colpe; in quel momento ho accettato l’alternativa che mi si é parata davanti, a Berlino, che portava con se tutti i difetti di questa città.
Avrei voluto fare di più per la mia salute, il tempo passa e non campo più di rendita da diversi anni ormai. E così uno sfogo trascurato é diventato dermatite; quel chilo in più che “tanto col caldo vado a nuotare e va via” ormai é sedimentato sul mio girovita; per non parlare della palestra, che frequento davvero poco. La mia filosofia é che per impormi di fare una cosa devo pagarla cara, così laddove non arriva il mio senso di colpa (ormai assuefatto a queste situazioni) arriverà il mio estratto conto; motivo per cui mi sono iscritto ad una palestra carissima con tutti i corsi del mondo inclusi, ma neanche questo ha sortito gli effetti sperati.
Avrei voluto fare di più per il mio “tedesco” inteso come lingua. L’orecchio ormai é abbastanza buono, nel senso che capisco quello che mi si dice, ma la bocca é poco allenata e infatti lo parlo pochissimo. Per il principio di cui sopra, ho speso soldi considerandoli un investimento per l’apprendimento della lingua, ma anche in questo caso, ne una tv nuova, ne la scuola semestrale hanno sortito alcun miracolo.
Infine, avrei voluto provare meno sensi di colpa verso persone che nei miei confronti non ne provano; sentirmi meno vincolato a rapporti che avrei dovuto lasciare andare giá da qualche anno e pulire la mia rubrica da contatti con cui la comunicazione é limitata ai “mi piace” su Facebook.
Nella categoria “ho fatto” partirei coi viaggi, unica vera ragione di vita ultimamente. I miei mesi sono scanditi dall’attesa per il prossimo viaggio e dalla loro organizzazione (forse sin troppo minuziosa). Quello che mi trattiene seduto alla sedia dell’ufficio é soltanto il pensiero che tra poche settimane sarò lí, il luogo esatto non conta, basta essere altrove. E così sono contento per aver girato una buona fetta di mondo, spendendo gran parte dei miei risparmi, ma essendone estremamente felice.
Ho fatto quello che andava fatto per il mio sostentamento, ovvero lasciare andare la mia compagnia che non poteva decollare visti i mezzi a disposizione, e accettare quello che mi permetteva di vivere agevolmente. Sono sceso a mille compromessi per il mio attuale lavoro, ma ne sono fiero. Questa volta la gastrite é stata abbondantemente scongiurata.
Ho dato un bel calcio nel sedere a quel blocco psicologico che faceva si che fossi generalmente restio a parlare inglese in pubblico, convinto del mio accento italico alquanto marcato. E se vi dicessi che c’é chi mi ha detto che lo trova persino simpatico?
Ho imparato a godermi Berlino per altri aspetti che poco hanno a che vedere con il Berghain; a non impormi la stessa routine ogni sabato sera. Da questo punto di vista ho già dato, e non vorrei tornare ai tempi in cui il sabato sera la terna aperitivo-cena-discoteca era un obbligo.
Ultimo ma non meno importante, qualcuno direbbe “in zona Cesarini”, durante l’ultimo mese ho fatto qualcosa per me, e per me soltanto: ho frequentato un corso di fotografia con un vero professionista. E mi é piaciuto un casino.
Direi che per il 2015 riparto da qui, da quello che mi piace e che voglio mi porti ad un futuro fatto di vere soddisfazioni, magari riprendendo anche una mia vecchia ma sempre presente passione: la musica.

E vi auguro di poter fare lo stesso.

lunedì 31 marzo 2014

The Startup Life - Ovvero auguri e figli maschi!

Questo post si ricollega al precedente e si basa su un articolo che ho scritto di recente.
Mi chiedono spesso, troppo spesso, se è figo avere una propria compagnia e soprattutto come si trovano gli investitori.
In questo caso, come in quasi tutto nella vita se escludiamo la cucina, non ho la ricetta ma solo un po’ di esperienza, e mi limiterò a questa nello scrivere quanto segue.
Facendo il punto sull’attuale situazione della nostra compagnia, potrei dire che non siamo in ascesa, ne in discesa, ma stabili. E questo in genere non è bene, perché i dettami del successo di una startup impongono numeri da capogiro, e se i numeri comunque non crescono, difficilmente attirerai altri investimenti e difficilmente avrai i mezzi per crescere. Perché fare startup, nel caso tu abbia “solo” una buona idea e pochi mezzi a disposizione, significa cercare soldi per metà del tuo tempo, e nell’altra metà assecondare chi i soldi te li ha già dati o in qualche modo può darteli. E questo nessuno me lo aveva detto.
Ma a cosa servono questi soldi? Non bastano un computer, una buona connessione e una redbull?
Il problema della startup è quella visione un po’ bohémienne che si ha di solito: siamo tutti li a pensare di fare una nuova Instagram in un bar, in due persone, con pochi spicci e conoscenze tecniche. Poi arriva Facebook e ti compra per un miliardo di dollari.
La realtà è un tantino diversa.
La startup è per prima cosa un’impresa, più piccola, più snella, ma è pur sempre un’impresa. Questo significa che richiede della burocrazia, la quale richiede quasi sempre un legale e un contabile, che costano. Per dire una banalità, difficilmente potrete vendere un servizio senza la consulenza di un legale, e nel nostro caso, solo per essere sicuri che una cosa fosse bianca o nera, abbiamo speso 500 euro per sentirci dire che era tutto molto grigio. Se poi cominci a farti aiutare da freelancer, sviluppatori e chicchessia, ecco che si entra nell’universo parallelo dei contratti, con relativi pagamenti di fatture e successive detrazioni.
La conclusione di tutto questo vangelo è che la startup ha bisogno di soldi per partire ed andare avanti. Qui entra in gioco la zoccola che è in ognuno di noi, perché cercare soldi per la proprio impresa è un po’ come prostituirsi e purtroppo la foga di avere soldi facili e subito fa si che si operino scelte quanto meno sbagliate.
Sembrerebbe, e sottolineo il condizionale, che la strada obbligata per iniziare l’avventura sia entrare in qualche acceleratore / incubatore che in cambio di una percentuale dell’azienda (dell’ordine del 10%) ti da soldi (15000 - 25000 euro), un ufficio, ti preparano con una serie di workshop e mentori e ti mettono a disposizione la proprio rete sociale (detta volgarmente “network”). Per entrare in questi incubatori bisogna fare preventivamente domanda, se questa viene accettata e selezionata allora vieni invitato a fare una presentazione del tuo prodotto/idea (gliela devi vendere) e se hai successo vieni chiamato per far parte del prossimo batch di startup. La fase di incubazione richiede che tu sia fisicamente presente nell’incubatore per almeno 3 mesi, e questo grava sui costi se significa trasferirsi in un’altra città.
Per la nostra startup siamo finiti nei Balcani, partendo da Berlino, da molti ritenuta la Silicon Valley d’Europa. Il punto è proprio questo, Berlino e’ affollata di startup e startuppari, quindi la concorrenza è davvero agguerrita. In generale gli acceleratori cercano di diversificare il proprio portfolio di startup con idee di business diverse tra loro e in settori diversi. Per cui fare domanda ad un incubatore berlinese significa fronteggiarsi con altre centinaia di candidati ed altrettante idee a cui si sommano quelle già entrate nei batch precedenti, e siete così sicuri di avere un’idea tanto buona e originale? Voi probabilmente ci credete, il problema è convincere chi vi deve selezionare.
Infatti noi abbiamo fatto domanda a diversi acceleratori berlinesi, senza ottenere il ben che minimo responso, e a guardar bene le loro condizioni di ingresso spesso non sono nemmeno così vantaggiose rispetto ad altre città meno blasonate (meno soldi a fronte di una maggiore percentuale di impresa). A questo punto cominciammo a fare domande in posti che nemmeno sapevamo posizionare su google maps: Vilnius, Tallin, …
E dopo pochi giorni fummo chiamati e selezionati da un incubatore balcanico. E siamo partiti. Di corsa.
Ora che il programma e’ finito, possiamo dire che ne e’ valsa la pena?
La domanda da cui partire è “perché hai fatto una startup?”: la risposta nel mio caso non e’ una sola. In primo luogo ero stufo di lavorare per persone dalla discutibile visione aziendale e leadership senza ottenere nulla a livello personale in cambio, ed essendo io un tecnico, ogni volta che mi trovavo a parlare con product-qualcosa o country-qualcosa o chicchessia-commerciale mi scontravo con un muro di piombo, e per quanto io mi sforzassi di esser chiaro, dall’altra parte era come se si parlasse una lingua diversa. In secondo luogo, forse peccando un po’ di presunzione, facevo fatica a trovare una posizione lavorativa che mi calzasse a pennello. A Berlino se sei sviluppatore un lavoro lo trovi, ma io personalmente non mi sono mai visto come uno sviluppatore, e non parlo meramente di titoli di studio, ma soprattutto di attitudine personale. Volevo fare qualcosa di diverso, a mio modo, coi miei standard.
Sono sicuro che queste risposte andranno benissimo a quanti ora come ora stanno pensando di licenziarsi e mettersi in proprio, ma vi consiglio di leggere fino alla fine del post per capire se ne vale davvero la pena.
Il programma e’ consistito in estenuanti mentor session, ovvero una serie di sedicenti esperti che veniva a parlare con noi della nostra idea, elargendo consigli a profusione (quando andava bene) o pareri spassionati; in 2-3 workshop su tematiche varie (di cui forse il più utile e’ stato quello inerente la presentazione della propria azienda), e un demo-day finale in cui ammaliare investitori accorsi a frotte (credo che in realtà non ce ne fosse manco uno). In tutto questo, per i 3 mesi in cui siamo stati li, dai nostri investitori veri e propri (i gestori dell’acceleratore) non abbiamo ricevuto nulla, il ben che minimo aiuto, salvo poi sentirci dire che eravamo stati lenti nel rilascio nel prodotto e che avevamo gestito male i soldi che ci avevano dato.
Nei mesi che siamo stati nei Balcani abbiamo avuto occasione anche di partecipare ad una blasonata competizione tra startup (che poi rendiamoci conto, competizione tra startup?!? L’analogia con la prostituzione la si vede anche con queste gare di bellezza) e l’abbiamo vinta! Senza nemmeno avere il prodotto live, eppure questa vittoria ci ha dato una buona copertura mediatica nella zona.
L’errore fondamentale nell’aver scelto i Balcani sta proprio in questo, tutto quello che abbiamo fatto ed ottenuto nei tre mesi e’ rimasto nei Balcani, tornati a Berlino siamo entrati nell’oblio. Dimenticati dai nostri investitori (da ogni punto di vista, economico e personale), ignorati dai media (visto che alcuni di quelli balcanici oltre alla barriera linguistica hanno anche l’aggravante del cirillico), con un network inutile in terra tedesca (essendo attivo solo nei Balcani) e soprattutto in una città molto più costosa.
Quindi se posso permettermi di darvi un consiglio (anzi due): la città in cui risiede il vostro finanziatore conta. Se avete un prodotto fortemente focalizzato su un mercato (nel nostro caso tedesco) dovete trovare gente che può tornarvi utile su quel mercato. Il passaparola, le raccomandazioni (non quelle all’italiana…) e le conoscenze sono vitali per farvi conoscere e trovare persone che possano consigliarvi (i cosiddetti advisor).
Senza gente del luogo, o che conti veramente, rimarrete solo due ragazzi che stanno facendo un sito internet, come milioni nel mondo. Ci vuole proprio quella persona a cui piacete tanto e che vi presenta quella persona che vuole investire tanti soldi in una cosa proprio come la vostra. Insomma e’ questione di culo, e la fortuna aiuta gli audaci, ma soprattutto quelli che conoscono la gente giusta.
Tornando alla domanda di prima, il perché ho voluto creare una cosa mia, parlo da tecnico e non da business-man, avendo io la carica di CTO ed essendo stato per i mesi balcanici l’unico sviluppatore dell’intera piattaforma: per quanto detto sulla questione del dialogo con capi o colleghi, confermo che nel mio caso e’ stato lo stesso inferno amplificato dalla pressione per i soldi (se non hai il prodotto da vendere, o se non funziona, come li fai sti soldi?). Purtroppo, e vorrei dire che questo e’ stato un mio errore di valutazione, mi sono ritrovato ad essere l’unico tecnico a fronteggiare gli investitori e il mio partner, tutti pressoché ignoranti in ambito di ingegneria del software, e con la bocca piena di parole tipo MVP, lean startup, agile development, lette in giro senza cognizione di causa, ovvero senza capire quando certi criteri sono applicabili e quando no. Soprattutto considerato che ero un unico sviluppatore. Mi aspettavo a momenti che mi chiedessero di fare Scrum con me stesso… Io comunque vengo da ambiti cosiddetti enterprise, con rilasci scanditi da ben precise procedure e tempistiche dettate dai canonici flussi di sviluppo (ricerca-sviluppo-test) che comunque sono più dilatate. Mi sono ritrovato invece con l’alito sul collo per rilasciare qualcosa in tutta fretta per conseguire obiettivi campati per l’aria e soprattutto per far contente persone a cui non interessava minimamente cosa stessi facendo. E con questo rispondo anche alla seconda parte del perché di cui sopra: non sono nemmeno riuscito a fare qualcosa come avrei voluto, ancora una volta ho dovuto sottostare ad improbabili richieste che non hanno portato a nulla. E nonostante le tempistiche con cui ho messo live un prodotto, sono stato accusato di lentezza. E qui la gara tra la mia autostima e l’istinto omicida e’ stata mediata dal mio spirito zen conquistato con anni di yoga.
Come dicevo, la cosa peggiore, e’ essere soli a parlare una lingua a quanto pare incomprensibile, per cui il mio consiglio, se decidete di sviluppare un prodotto informatico/informatizzato, e’ di essere almeno in due sviluppatori e ovviamente l’imprescindibile figura business. Le tempistiche richieste sono talmente ridotte che da soli non ce la farete mai.
Probabilmente la passione che ho messo nella cosa ha cozzato davvero con la mia gestione dello stress, per cui ho messo dei limiti alla mia quantità di lavoro giornaliera; qualcuno ha detto che la startup e’ cosa da giovani, e io forse a 33 anni tanto giovane non sono più, ma credo con tutto me stesso che la startup e’ cosa per insonni o cocainomani.
Come si evincerà da quanto scritto sinora, fare una startup ha molte implicazioni personali, ma mai avrei immaginato che ne avesse altrettante inter-personali.
Quando ti viene il lampo di genio, cominci a parlare della tua idea con amici e conoscenti per capire se la cosa potrebbe funzionare o meno, e in genere noi abbiamo riscontrato molta positività. Poi cominci a parlarne con potenziali clienti, e anche lì devo dire che abbiamo avuto un certo successo. Infine lanci il prodotto e tutti quelli con cui avevi parlato si dileguano.
Come dicevo all’inizio del post, quello che conquista gli investitori sono i numeri, e per avere un certo numero di utenti la prima cosa che fai e’ chiedere insistentemente ai tuoi contatti sui social network di iscriversi, tanto per farti un piacere. Bene, lo abbiamo fatto in tre persone, raggiungendo quasi 1500 contatti, e credo che meno del 5% ci abbia fatto questo favore, e mi rifiuto di pensare che ignorassero l’importanza della cosa.
In fin dei conti, aprire un sito internet e’ come inaugurare un negozio: quante più persone ci sono all’inaugurazione migliore sarà l’impressione che si desterà sui futuri clienti.
Oltre all’iscrizione, la cosa ancora più scandalosa risiede nei like alla pagina ufficiale del progetto, alle condivisioni dei post o del progetto in se, cose che richiedono un frazione di secondo, che se a qualcuno fregasse un attimo di te e di quello che fai non dovrebbero costare nulla.  E invece l’oblio anche in questo caso, ed e’ difficile non ripesare alcuni rapporti alla luce di certe cose, con tutto il cinismo del mondo e consapevole che Facebook non è lo specchio della mia rete sociale.
Purtroppo vi consiglio di farci i conti con questo aspetto, o meglio a non farci conto, soprattutto se avete in mente qualcosa che fa del viral marketing il suo carburante.
Lo stesso discorso vale per potenziali clienti, tra il dire e il fare c’è di mezzo la via lattea.
Insomma, per concludere questa odissea, posso assicurarvi che come esperienza vale la pena di essere fatta, fosse altro per temprarvi e mettere a segno un nuovo limite di sopportazione; inoltre si imparano moltissime cose e in fretta, a volte inutili ma comunque sono novità. Alla fine la vostra startup sarà davvero come un figlio per voi, e la delusione è quando non la vedrete crescere quanto e come vorreste, ma comunque non la abbandonerete tanto facilmente. Se poi pensate di pagarci l’affitto di casa e magari mettere da parte un po’ di euro, allora affidatevi al buon vecchio Gianni Morandi: uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita!

giovedì 12 gennaio 2012

Il pesce... nella rete


Se c’é una cosa che mi ha colpito durante la prima visita in quella che é ancora la mia dimora, é il bagno. Sulla toilette qui in Germania ci sarebbe da fare un discorso lungo e articolato, ma il rischio é di sfociare in stereotipi del tipo ‘i tedeschi non si lavano, noi invece abbiamo persino il bidet’. Comunque la pensiate sull’igiene personale, io sono dell’avviso che un bagno funzionale con una bella doccia, laddove si ha la necessità di lavarsi spesso, é fondamentale. E dalle case che ho visto non sempre questa è una costante: personalmente odio la vasca da bagno, non vivrei senza doccia, e preferisco di gran lunga lavandini di dimensioni generose, onde evitare di allagare la casa ad ogni lavata di denti. Bene, questa casa ha un bagno nuovo, chiaramente aggiunto alla stanza in un secondo tempo, ma proprio per questo con una bella doccia ad angolo di dimensioni più che generose, bei sanitari in perfette condizioni e un grande specchio. Ma come insegna la cultura popolare, l’apparenza inganna! Dopo sole due settimane che vivevo nella mia pseudo casa, tornando dal lavoro ho trovato un biglietto scritto dalla signora tedesca della terza stanza in cui mi invitava a chiamare l’amministratore per delle copiose perdite d’acqua provenienti dal mio bagno nelle cantine sottostanti. Tralasciando la mia ennesima reazione melodrammatica, ma dovuta al sommarsi di tutti gli eventi precedenti, contatto la mia padrona di casa in Italia, la quale chiama il suo agente qui a Berlino che telefona all’amministratore di condominio affinché mandi qualcuno a sistemare la perdita. Appuntamento fissato per la settimana successiva alle 8 di mattina. Alle 7 e quaranta minuti erano già alla porta (in realtà li ho sentiti per sbaglio bussare vista la mancanza di citofono e campanello), e ho scoperto che spesso i tedeschi sono più che puntuali, diciamo largamente in anticipo. Fortunatamente i due idraulici parlavano un po’ di inglese per cui c’é stata un minimo di conversazione che ha avuto più o meno questa dinamica:
IO: Scusate, ma com’è possibile che arrivo io e si verificano queste perdite, mentre con chi c’era prima niente?
IDRAULICI: Vedi, il muro è in grado di assorbire piccole perdite ma se uno si fa la doccia troppo spesso OVVIAMENTE non ce la fa!
IO: Ah! Quindi la colpa é mia che mi lavo tutti i giorni?!?
IDRAULICI: (alzata di spalle)
Ormai l’espressione perplessa è entrata a far parte del mio corredo rughe, perché di queste conversazioni ‘surreali’ ne ho avute abbastanza. 
Rimosso il piatto doccia, siliconato qui e là, sembrava tutto risolto. Ma così non era, in quanto a me era stato detto che la doccia era perfettamente  funzionante, mentre alla mia padrona di casa (o a chi per essa) era stato riferito che c’erano da cambiare dei tubi per i quali erano necessari lavori più lunghi e di entità tale che il condominio non li copriva. E cosí verso dicembre ancora una volta mi hanno risfondato la doccia e fatto altri lavori che mi sono rifiutato di sovraintendere data la mancanza di ferie che avevo (mancanza dovuta comunque a questa casa) e per tanto sono andato a lavorare lasciando questi sconosciuti a casa mia da soli. Ora pare che tutti funzioni, ma da che ho preso in affitto questa casa di originale c’é rimasta solo la tazza del water e poco altro, e vorrei puntualizzare che veniva reclamata come casa ‘chiavi in mano’, chiavi inglesi forse!
Argomento piú spinoso, ma fortunatamente l’ultima delle rogne successe, é il discorso internet. Senza addentrarmi anche in questo caso in inutili ovvietà, oggi come oggi dove vai se l’adsl non ce l’hai? Se poi ci mettiamo necessitá di comunicare via skype con parenti lontani e lavoro con possibilitá di essere fatto a casa (qualche volta), ci si rende facilmente conto perché l’avevo imposto come condizione vincolante per prendere in affitto la casa. La padrona di casa anche in questo caso non si é opposta, intestandosi tutto lei per altro, ma a patto che la connessione fosse condivisa tra i 3 inquilini (installazione obbligatoria lungo il corridoio comune) e che fondamentalmente mi occupassi io dell’installazione della linea. Dopo un rapido giro di siti e negozi (mediamarkt qui ha tutti gli operatori a pochi metri l’uno dall’altro), accantonata l’idea della fibra ottica (economica e soprattutto facile da installare poiché arriva tramite cavo dell’antenna televisiva, ma che purtroppo non copre la mia viuzza) ho ripiegato per quel sapore di casa che si chiama Alice ma che é qui erogata da O2. In fase di richiesta ho esplicitato a caratteri cubitali la volontá di installare una NUOVA linea telefonica, poiché ne io ne tantomeno la padrona  di casa (sic...) sapevamo se era giá presente una linea, ed inoltre era importante che fosse lungo il corridoio. Bene. Compilato il form di richiesta sul sito, vengo informato telefonicamente che a breve avrei ricevuto il modem - router wifi e che il tecnico sarebbe passato da me di li ad una settimana di mattina. Modem ricevuto senza intoppi, e tecnico arrivato di prima mattina, ma bene per me che non ho fatto tardi al lavoro. Da questo punto in poi é cominciato il calvario del via vai dei tecnici. Ve lo riassumo per brevitá:
  • Tecnico 1: trova una presa telefonica nella seconda stanza, decide di attivare internet su quella (sará poi mia premura chiamare un tecnico che la sposti lungo il corridoio). La presa risulta inattiva quindi mi chiede di andare in cantina a verificare nella centralina se ci sono problemi. Io gli dico che non sapevo di avere una cantina e che quindi non ho le chiavi, ma se mi dava cinque minuti chiamavo la proprietaria e mi facevo consigliare sul da farsi. Nemmeno il tempo di prendere il telefono che mi propina un modulo da firmare con cui ammetto di non essere in condizione di attivare una nuova linea (non avendo rispettato tutto quello che mi era stato detto per email) e che quindi verranno addebitati 75 euro alla proprietaria per l’uscita del tecnico. Io mi oppongo alla firma, e lui minaccia qualcosa che non ho ben capito, ma decifro la rabbia nei suoi occhi e firmo il maledetto modulo. Chiamo la proprietaria e anche lei non sapeva nulla di una cantina (sic...) e quindi avrebbe chiamato l’hausemeister per avere informazioni. Scopriamo che effettivamente l’appartamento non ha una cantina propria, ma il palazzo ha uno spazio comune al quale abbiamo accesso con le stesse chiavi del portone (le mitiche chiavi del portone) che io giá possedevo. Richiamo per un nuovo appuntamento.
  • Tecnico 2: arriva come sempre alle 8 e qualche minuto. Andiamo nella maledetta cantina e vede che non c´é linea (ma va?), quindi torniamo nell’appartamento e scopre che il cavo della linea telefonica é reciso all’altezza della porta d’ingresso (che poi era assolutamente ben visibile e mi chiedo perché il primo tecnico non l’avesse notato) ed é compito di Telekom provvedere alla riparazione e quindi mi avrebbero mandato un nuovo tecnico.
  • Tecnico 3: dopo mille e duecento telefonate, Alice decide di mandarmi un suo tecnico per velocizzare l’attivazione della linea (forse avevano capito che ero ad un passo dalla disdetta). Arriva il tecnico come sempre di prima mattina e mi chiede immediatamente un modulo xyzung che non capisco (lui NON parla inglese e io NON parlo tedesco, il che lo fa spazientire subito). Provo a telefonare ad un amico che possa tradurmi al volo e non risponde, chiamo l’agente immobiliare e non risponde nemmeno lui, al che il tecnico si mette a scrivere qualcosa su un foglio bianco e va via senza aver fatto nulla. Faccio tradurre ció che c’era scritto sul foglio e praticamente scopro che per qualsiasi lavoro che implica l’uso di un trapano IN CASA MIA devo chiedere autorizzazione ai condomini i quali tramite assemblea condominiale o hausmeister rilasciano un documento da dare a chi deve fare i lavori (e questo era il fatidico xyzung che voleva il tecnico!). Chiamo la proprietaria, la quale capisce che sono ad un passo dal dare fuoco alle sue proprietá, e contatta direttamente l’hausmeister il quale decide di mandare lui stesso dei tecnici a far riparare la linea e a spostarla lungo il corridoio.
  • Tecnico 4: liscia come l’olio. Se ne é occupata l’inquilina del secondo appartamento che nel frattempo si era trasferita. Torno dal lavoro e la presa telefonica era li, bella come il sole.
  • Tecnico 5: richiamo Alice per informarli che la linea ora c’era ed era attiva, mancava solo internet. Mi fissano un appuntamento per la settimana successiva di mattina. Aspetto a casa fino alle 13 e non si vede nessuno (notare che io sarei dovuto essere lavoro). Nero come una bestia faccio richiamare Alice chiedendo spiegazioni, e loro insinuano di aver fatto tutto il lavoro da remoto senza intervento presso la mia abitazione, ma stranamente di internet manco l’ombra. Rifissano un nuovo appuntamento.
  • Tecnico 6: ancora una volta non si presenta nessuno, ma comunque costringono le persone a stare a casa fino alle 13 poiché non si puó sapere a priori il tipo di intervento che faranno. Di internet manco l’ombra.
  • Tecnico 7: data l’ormai impossibilitá di chiedere permessi a lavoro, convinco (prego) la coinquilina a restare lei e fortunatamente il tecnico si é presentato. La sera torno a casa e vedo la luce DSL del modem illuminata, il che mi fa ben sperare. Accendo il computer, accedo alla linea wifi ma di internet manco l’ombra. Al che prendo manuale e pagina di configurazione e dopo un paio di improperi e una buona mezzora, con l’aiuto di un mio amico e il supporto morale della coinquilina, abemus internet!!! Da notare che comunque loro non avevano configurato un bel niente, e il modem Alice su linea Alice non é configurato ne autoconfigurabile. Roba che in Italia c´é dal 2005!
A tutto questo via vai aggiungete che sono passati 3 mesi dalla richiesta di attivazione, che ogni telefonata costava mediamente 4 euro (si, i customer care sono a pagamento e molto salati, pensateci bene quando sceglierete il vostro prossimo operatore!), dovevo cercare l’anima pia del mio amico, infondergli la mia rabbia, e pregarlo di incavolarsi al posto mio al telefono (essendo solo per tedescofoni), e in piú non ti danno mai un orario preciso (strano per essere in Germania) ma una ampissima finestra temporale in cui TU devi essere a LORO disposizione. Sommateci anche il NON funzionamento del citofono che mi costringeva alla finestra in attesa di questi stramaledetti tecnici e vi renderete conto del mio stato di stress. E con questo chiudo, perché mi sta tornando l’arrabbiatura di quei giorni.