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lunedì 31 ottobre 2016

Quinto anniversario

Ed eccomi qua, col solito post anniversario. Unica vera costante di questo desolato blog.
Mi scuso per il ritardo, ma il 4 ottobre ero in Argentina, da qualche parte in Patagonia. Ma questa é un'altra storia.
L'anno passato é stato strano sotto molti punti di vista, e per questo devo dire che é volato senza che me ne accorgessi.
Il clima per iniziare: l'inverno é stato sin troppo mite, il che é incredibile per una città come Berlino la cui latitudine é prossima alla Siberia. Per cui l’attesa e l’apprezzamento per la primavera non é stata cosi trepidante come gli altri anni. Di contro l’estate ha fatto abbastanza schifo, il che é perfettamente nelle corde di Berlino.
Lavorativamente parlando, ho concluso il post-anniversario scorso dicendo che avevo appena accettato una nuova offerta da una compagnia blasonata e quotata in tutta la Germania, e ora in Europa (data la recente acquisizione da parte di un gruppo internazionale). Vorrei dire che sono tutte rose e fiori, ma conflitti interni e difficoltà organizzative, stanno portando una serie di problemi e un turn over di personale, che mi ricordano purtroppo un film già visto. Spero solo che questa incertezza passi con l’anno che verrà.
La vera soddisfazione dell’anno é la casa, che a fatica e con una certa perseveranza ho arredato e reso funzionale ai miei bisogni, e ne sono oggettivamente orgoglioso.
Dall’altra parte, quello che ha davvero rovinato l’anno passato, sono una serie di grane legali che sembrano non avere conclusione: in primis la famosa palestra di Madonna (la Hard Candy che ho menzionato sempre nel post dell’anno scorso) che é fallita chiudendo i centri da un giorno all’altro. Peccato che io avevo appena pagato 1000 euro per una sottoscrizione a vita (sì, avete letto bene, un abbonamento per tutta la vita a soli 1000 euro). E così adesso concorro coi creditori alla bancarotta della mia palestra. Nessun cenno dalla signora Ciccone per ora.
Altra grana é dovuta alla precedente casa che ho affittato per 4 anni. Non per vantarmi, ma quando affittai quell’appartamento non era propriamente un gioiello. Ho sistemato i mobili che chi c’era prima mi ha lasciato; messo le tende; sbiancato le pareti e soprattutto dato una profonda pulita visto che chi c’era prima aveva un gatto che perdeva più peli di me prima e durante l’alopecia. In tutto questo per 4 anni ho sempre pagato tutte le spese, non ho mai rotto i coglioni alla proprietaria, ne ai vicini di casa (seppur ad un certo punto mi hanno schiaffato un ristorante al piano terra, con cucina nelle cantine). Quando sono andato a Sofia per quasi 4 mesi, mi sono sognato di subaffittare il mio appartamento, perdendo una barca di soldi, ma con la paura che qualcuno lo rovinasse, causandomi più danni che benefici. Bene, quando ho lasciato l’appartamento a Novembre, mi é stata negata la possibilità di trovare qualcuno che mi subentrasse prima della scadenza effettiva del contratto (Gennaio 2016) e che comprasse tutti i mobili. Quindi mi sono dovuto prendere la briga di vendere tutti i mobili, verniciare casa e soprattutto pagare l’affitto a vuoto per 3 mesi. Quando ovviamente la cosa non era successa per me. E per concludere questa favolosa storia, ad oggi non ancora rivedo la mia caparra (ben 1800 euro) per motivi ignoti. Il termine massimo é sei mesi dalla fine del contratto, per cui ora l’agenzia é in piena illegalità, ma ovviamente la cosa non tange nessuno a parte me. Ovviamente sto procedendo anche in questo caso tramite il mio avvocato, ma temo che sarà una lunga e dispendiosa storia.
Per concludere, come ormai mi rendo conto guardando il mio non-blog, Berlino é entrata nella mia quotidianità come un paio di pantofole, non adatte alle grandi occasioni, ma comode come poche cose al mondo. Probabilmente anche Berlino si é adattata alla grande mole di immigrati, perché ormai ho la sensazione che manco ci si sforzi piú di parlare tedesco, ma bensì inglese.

Se non ci sentiamo prima, buone feste!

domenica 24 aprile 2016

I Berlinesi sui mezzi pubblici

AVVISO: modalità ironia ON. Se avete acidità di stomaco non siete obbligati a proseguire con la lettura.
Quello che segue é un piccolo decalogo sul comportamento dei berlinesi nei confronti dei mezzi pubblici. Sono perfettamente consapevole che in alcune città, a volte anche più blasonate a livello di ordine a pulizia (si veda Tokyo per esempio), la situazione sia peggiore, ma ammetto che a Berlino se si vuole vivere uno spaccato di vera società, prendere un mezzo pubblico può essere più che sufficiente.
1. Non importa se il mezzo successivo arriverá dopo due minuti da quello appena giunto: il berlinese tipo sale sul primo mezzo che gli si para davanti, anche se pieno come un otre di vino a novembre, e al costo di passare su una anziana paralitica sulla sedia a rotelle. É la situazione tipo in questa città, che vale per quasi tutto: il berlinese odia aspettare, e preferisce viaggiare in condizioni umanitarie al limite della croce rossa, piuttosto che aspettare anche solo un minuto in più per il mezzo successivo, che spesso é vuoto visto che tutti avranno intasato il precedente.
2. Per accaparrarsi un posto (anche in piedi) il berlinese tipo dimentica millenni di civiltà, e fa sfoggio di una violenza tale vista solo durante il black friday nei centri commerciali americani. Sono stato personalmente scartavetrato a terra da una ragazza di 22 anni bionda con le treccine e due occhi azzurri da Bambi che ha appena trovato la madre tramortita. Una scena che vedo spesso accadere la mattina, e che davvero ti fa ripensare alla tua appartenenza al genere umano, é quando chi deve salire non lascia nemmeno il tempo a chi deve scendere di lasciare il mezzo, creando situazioni drammatiche, in cui chi vuole uscire spinge per farlo il più in fretta possibile, prima che le porte si chiudano, e chi vuole salire preme con tutto se stesso verso l'interno del mezzo e contro coloro che vogliono uscire. Questo talvolta include anziani e madri con bambini.
3. Il berlinese tipo trasporta ogni cosa gli passa per la testa sui mezzi pubblici: questo include divani, letti, materassi, cavalli, biciclette (le fottute biciclette sottolineerei) e passeggini della dimensione di uno shuttle. Questo anche quando il mezzo é già spaventosamente pieno e nonostante la consapevolezza che verrai guardato come una merda appena fatta per tutta la durata del viaggio. La situazione peggiore si verifica con la pioggia e il brutto tempo, quando la gente pensa bene di uscire in bicicletta salvo poi portarsela in metro o tram. A questo punto la domanda sorge spontanea: visto che a Berlino il tempo é piuttosto stabile (non cambia ogni 5 minuti), in quale momento della tua noiosa vita ti é balenato in testa di uscire in bicicletta col freddo, la pioggia, il ghiaccio o la neve, salvo poi decidere di prendere i mezzi col bi-ciclo a seguito???
4. Il berlinese mangia e beve di tutto sui mezzi pubblici, nonostante un cartello decisamente chiaro che proibisce il consumo di bevande e cibo a bordo. E quando dico di tutto, intendo di tutto, dalla pizza, all'insalata, ad un profumatissimo kebap passando per mac donalds vari e fish and chips. Idem per le bevande, si parte dalla birra, passando per il vino, fino all'immancabile caffé to-go della mattina, che ovviamente é una bomba ad orologeria, soprattutto quando i treni sono stra-colmi. Ogni volta che vedo qualcuno in piedi davanti a me col bicchierone ripieno di caffé bollente, mi sale l'ansia manco fossi cosparso di miele in una gabbia di orsi grizzly. Immancabile la scena in cui il mezzo di trasporto frena all'improvviso, e il caffè bollente finisce addosso a colui che indossa più indumenti bianchi. E lì sono bestemmie...
5. Il berlinese tipo odia chi si fa i cazzi propri, ma adora farsi i fattacci degli altri. Ho visto personalmente sfumare le migliori diottrie solo per carpire cosa la vicina stia leggendo o scrivendo sul proprio smartphone. Cose davvero al limite della dignità umana, che comprendono tentativi di lettura dal riflesso sul vetro, fino a fingersi strabici quando sorpresi a leggere la conversazione su whatsapp del vicino di treno. Insomma, vi sconsiglio vivamente di aprire Tinder sui mezzi di trasporto onde evitare di essere sgamati dopo 10 secondi. Ma ovviamente voi non usate Tinder...
6. In linea di principio tutti o quasi pagano il biglietto a Berlino, anche per la bicicletta a seguito, ma capita sempre il distratto che dimentica di obliterare il biglietto o lascia l'abbonamento a casa, e qui i controllori sono in incognito, ovvero very normal people della dimensione di una expedit 5x5, che guadagnano sulle multe fatte, e che in caso di mancanza di biglietto vi fará subire due onte: la prima é lo sguardo impassibile del controllore stesso che vi chiederà il documento di riconoscimento, e se non lo avete vi scorterà fuori dal treno in malo modo, ed é inutile che provate a biascicare qualche scusa perché a lui non gliene può fregare di meno. La seconda é lo sguardo schifato e persecutore di tutti gli altri passeggeri, che (fomentati anche dall'azienda dei trasporti) vi colpevolizzeranno di tutti gli aumenti del costo dei biglietti degli ultimi 80 anni.


Discorso a parte meriterebbero gli autisti dei mezzi, che di solito hanno la gentilezza e la compassione di un dobermann davanti ad una salsiccia, ma in fin dei conti devo dire grazie un milione di volte alla BVG che mi ha restituito circa 2 ore al giorno della mia vita che in Italia perdevo in macchina bestemmiando sulla A4. E poi i mezzi sono sempre attivi durante il weekend, mica poco...

venerdì 9 gennaio 2015

Imparo il tedesco a Berlino - Le scuole di lingua

Oggi, in questa grigia e tetra giornata di gennaio, voglio parlare di un argomento che porterà il mio umore ancora più in basso: il tedesco (inteso come lingua germanica).
La tediosa e superficiale domanda che solo chi non ha mai vissuto in Germania costantemente mi propina è: ma sto tedesco te lo sei imparato?
Ebbene la risposta a distanza di tre anni è NO. E sottolineo OVVIAMENTE NO.
Partiamo dal presupposto che i limiti
sono miei, ma anche della vita che conduco.
In primis, io sono arrivato a Berlino senza saper neppure scrivere “ja” (e infatti lo scrivevo “ya”) a trent’anni suonati senza mai essermi posto il problema di studiare tedesco, e quindi dovendo partire da zero e con un blocco mentale notevole.
In secondo luogo il tempo a disposizione è quello che è, lavorando tutto il giorno e considerato che il sabato e la domenica le scuole sono chiuse. Io a scuola ci sono sempre andato, e dopo il lavoro vi assicuro che la capacità di concentrazione svanisce al primo olezzo di cibo (e la mia attuale scuola ha un ristorante annesso quindi l’eventualità è tutt’altro che rara).
Infine, mettiamoci pure che la città in cui vivo e il mio lavoro non rendono il tedesco una necessità stringente, a patto di sapere l’inglese. Inutile ripeterlo, ma il fatto che la città sia stracolma di stranieri fa si che l’inglese sia molto diffuso, per non parlare dell’italiano, che impera anche nei luoghi più impensabili. Insomma sopravvivo benissimo col mio poco tedesco.
Ma questo vuole essere un post sulle scuole di lingua e non sulla mia pigrizia.
Anno domini 2011, appena arrivato a Berlino, da neofita quale ero mi iscrivo alla scuola più famosa dopo il CEPU, il Goethe Insititute, livello A1.
Era un corso pseudo intensivo, tre volte a settimana (lunedì, martedì e giovedì)  per tre ore (dalle 18 alle 21) per 6 settimane. Nonostante fossi appena arrivato, nonostante il nuovo lavoro, nonostante il fatto che la casa in cui ero rappresentava una fonte inesauribile di casini (vedere post precedenti), devo ammettere che é stato un corso valido, molto valido. Il merito é andato all’insegnante, davvero paziente e bravissima nel celare il fatto di conoscere l’italiano meglio di me, e alla mia ignoranza in materia (é facile riempire un vaso vuoto). Difetti: il costo spropositato (600 euro), la fatica (a volte tanta) e la presenza di italiani per classe (più di metà) che però sono tuttora i miei migliori amici.
Arriviamo al 2012, mi dico che in fin dei conti la precedente esperienza non era stata male, e mi iscrivo anche al corso A2, forte della presenza dei precedenti compagni italiani, ormai divenuti amici (il voler imparare il tedesco perché ci sono i tuoi amici italiani in classe NON é mai una buona motivazione, annotatevelo!). Purtroppo dopo aver pagato i 600 euro, arriva l’amara sorpresa: non é stato raggiunto il numero di iscritti e così mi hanno spostato nel corso meno intensivo (ovvero 2 volte a settimane, martedì e giovedì, stesso orario ma per 8 settimane). A questo si somma il fatto che l’insegnante non era più la stessa, bensì un insegnante tutto sommato decente, ma sostituito dopo sole 2 settimane con un’anziana signora chiaramente non tedesca, e chiaramente non brava quanto i precedenti insegnanti. Morale della favola: due mesi persi a parlare di code alla vaccinara durante la lezione! Ma per il Goethe ero abile per l’A2 e quindi certificato ottenuto.
Finito il corso, mi sono scoraggiato parecchio, anche in virtù del costo, della fatica e del fatto che più passavano i mesi a Berlino e più italiani conoscevo, soprattutto a lavoro.
A quel punto fu proprio l’azienda per cui lavoravo a sorprendermi, mettendo un’insegnante di tedesco a farci un corso di 2 ore una volte a settimana, dopo il lavoro ovviamente.
Il corso durò circa 4 mesi, e seppure non servì a molto, data la disparità di livello degli elementi in classe, mi fece apprezzare l’insegnante che mi consigliò la scuola dove lei abitualmente insegnava, ovvero la GLS.
Arriviamo al momento in cui mi sono ritrovato per tre mesi a spasso, correva l’anno 2013; l’azienda che mi mise alla porta mi pagò una degna buona uscita per non denunciarla, e in più avevo il mio sussidio di disoccupazione. Mi dico: ora hai tempo e soldi, investili seriamente in una scuola full-time di tedesco. E così mi iscrissi finalmente alla GLS per l’intensivekurse (5gg a settimana, 7 ore al giorno divise in 2 di grammatica, 2 di vocabolario e 3 il pomeriggio di conversazione). Inizialmente optai per soli due mesi, dato il costo esorbitante (2000 euro), e il livello in cui venni ammesso: nuovamente A2, ma la cosa non mi sorprese, e mi diede ulteriore misura dell’attendibilità del Goethe, che rimane tuttora il certificatore ufficiale. Inutile dirvi che in due mesi presi il B1 e la scuola funzionò egregiamente. Nulla, e sottolineo nulla da recriminare. Ogni centesimo pagato fu abbondantemente ricompensato. Tornavo a casa e mi trovavo a pensare in tedesco lungo la strada; andavo nei negozi e parlavo tedesco (pur conscio die miei limiti) senza alcuna vergogna; mi trovai a comprare libri di narrativa in tedesco. Ma mi mise davanti a tutti i motivi che avrebbero fatto si che il tedesco non lo avrei più imparato a meno di continuare a frequentare quel tipo di scuola. Io imparai tanto tedesco, e parlai tanto tedesco per due motivi fondamentali: classe formata da 5 elementi (di cui io ero il solo italiano) e immersione totale in un ambiente tedesco in cui l’inglese non era tollerato, ne parlato.
La vita infatti mi portò nuovamente in ambienti dove italiano e inglese la facevano da padroni, e nel mentre lasciai pure Berlino per 3 mesi alla volta della Bulgaria. E così quel poco di buono che avevo imparato in quei due mesi svanì in quasi un anno di fermo totale.
Arriviamo al 2014, siamo già a Maggio. L’azienda che mi ha assunto mi ha fornito come benefit il pagamento di una scuola di tedesco a mia scelta per 6 mesi, e forte della mia precedente esperienza decisi di iscrivermi nuovamente alla GLS, corso serale da due volte a settimana (martedì e giovedì) per due ore. Purtroppo non ho potuto fare di più, vista la distanza della scuola dall’ufficio, che mi ha costretto ad uscire un’ora prima dal lavoro nei giorni di corso. Ho finito anche il B2, ma ammetto di non ritenermi soddisfatto, fosse altro per lo scarso impegno che ho dedicato al corso. La stanchezza aumenta e con essa anche il malumore. Durante i mesi di corso, per altro ci é stata messa a disposizione un’insegnante di tedesco a lavoro, una volta a settimana per un’ora e in pausa pranzo. Inutile dirvi che un corso fatto così non serve quasi a nulla.
Concludo questo post tristissimo consigliandovi quanto segue: il tedesco si impara stando coi tedeschi e imponendosi di parlarlo. Una scuola serve coi dovuti limiti, in fin dei conti il tedesco come lingua é un insieme di regole grammaticali che potete studiare da soli su un buon libro. Se avete tempo e soldi, investite almeno 3-4 mesi (di più é meglio) in un vero corso intensivo. 

Io credo che mi butterò sullo spagnolo. Pace.

domenica 26 ottobre 2014

Consigli su come sopravvivere al lavoro a Berlino

Piccolo decalogo su quella che è la vita lavorativa a Berlino:
  • A Berlino l’età non conta, questo significa che se hai 50 anni ti troverai a dire “agli ordini capo” ad un ventenne.
  • Durante un colloquio a Berlino l’esperienza conta poco, ma conta “qualcos’altro”, verosimilmente la personalità e la proattività, quindi trovate un buon modo per dimostrarvi all’altezza.
  • La meritocrazia a Berlino è relativa, il che significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino i salari sono relativi, più alti dell’Italia ma più bassi della media Germanica, e forse dei tedeschi, e questo significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino, se non sei tedesco sei straniero. Suona banale, ma è bene ricordarselo, prima che andiate dal vostro capo a lamentarvi di una qualsiasi cosa e vi sentiate rispondere qualcosa tipo “puoi sempre tornartene da dove sei venuto”.
  • Berlino è piena di Italiani messi peggio di voi e con più capacità di voi, quindi attenzione a quando alzate la cresta per una qualsivoglia ingiustizia, perché sentirete rispondervi qualcosa tipo “guarda che la fuori c’è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto”, ed è vero!
  • Lo dissi già per quanto riguarda la ricerca della casa, ma a Berlino vince chi si accontenta, anche sul lavoro. Prendete quello che vi viene dato con gratitudine, fate quello che vi viene richiesto con un sorriso, e farete probabilmente carriera; in caso contrario subentrerà quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino il lavoro c’è, va cercato perché non vi viene dal cielo, ma da qualche parte c’è. Il problema è che va preso con molta umiltà e gratitudine verso i tedeschi e la Germania e forse noi non ne siamo tanto capaci. Forse perché non vogliamo più sottostare a certi compromessi, forse perché ci intortano con tante bugie sulla Germania e su Berlino, forse perché le nostre aspettative sono troppo alte.


Per concludere, a Berlino le occasioni non mancano, ma è giusto sapere che per uno che ce la fa, 1000 altri non resistono nemmeno un anno; non mi stancherò mai di dirlo, io per primo sono sempre con un piede in aeroporto pronto a cambiare Paese, perché questa città non è per tutti, e non è quella che vi descrivono i tiggí. Alla fin fine, quello che quasi sempre predomina a Berlino, è quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.

lunedì 31 marzo 2014

The Startup Life - Ovvero auguri e figli maschi!

Questo post si ricollega al precedente e si basa su un articolo che ho scritto di recente.
Mi chiedono spesso, troppo spesso, se è figo avere una propria compagnia e soprattutto come si trovano gli investitori.
In questo caso, come in quasi tutto nella vita se escludiamo la cucina, non ho la ricetta ma solo un po’ di esperienza, e mi limiterò a questa nello scrivere quanto segue.
Facendo il punto sull’attuale situazione della nostra compagnia, potrei dire che non siamo in ascesa, ne in discesa, ma stabili. E questo in genere non è bene, perché i dettami del successo di una startup impongono numeri da capogiro, e se i numeri comunque non crescono, difficilmente attirerai altri investimenti e difficilmente avrai i mezzi per crescere. Perché fare startup, nel caso tu abbia “solo” una buona idea e pochi mezzi a disposizione, significa cercare soldi per metà del tuo tempo, e nell’altra metà assecondare chi i soldi te li ha già dati o in qualche modo può darteli. E questo nessuno me lo aveva detto.
Ma a cosa servono questi soldi? Non bastano un computer, una buona connessione e una redbull?
Il problema della startup è quella visione un po’ bohémienne che si ha di solito: siamo tutti li a pensare di fare una nuova Instagram in un bar, in due persone, con pochi spicci e conoscenze tecniche. Poi arriva Facebook e ti compra per un miliardo di dollari.
La realtà è un tantino diversa.
La startup è per prima cosa un’impresa, più piccola, più snella, ma è pur sempre un’impresa. Questo significa che richiede della burocrazia, la quale richiede quasi sempre un legale e un contabile, che costano. Per dire una banalità, difficilmente potrete vendere un servizio senza la consulenza di un legale, e nel nostro caso, solo per essere sicuri che una cosa fosse bianca o nera, abbiamo speso 500 euro per sentirci dire che era tutto molto grigio. Se poi cominci a farti aiutare da freelancer, sviluppatori e chicchessia, ecco che si entra nell’universo parallelo dei contratti, con relativi pagamenti di fatture e successive detrazioni.
La conclusione di tutto questo vangelo è che la startup ha bisogno di soldi per partire ed andare avanti. Qui entra in gioco la zoccola che è in ognuno di noi, perché cercare soldi per la proprio impresa è un po’ come prostituirsi e purtroppo la foga di avere soldi facili e subito fa si che si operino scelte quanto meno sbagliate.
Sembrerebbe, e sottolineo il condizionale, che la strada obbligata per iniziare l’avventura sia entrare in qualche acceleratore / incubatore che in cambio di una percentuale dell’azienda (dell’ordine del 10%) ti da soldi (15000 - 25000 euro), un ufficio, ti preparano con una serie di workshop e mentori e ti mettono a disposizione la proprio rete sociale (detta volgarmente “network”). Per entrare in questi incubatori bisogna fare preventivamente domanda, se questa viene accettata e selezionata allora vieni invitato a fare una presentazione del tuo prodotto/idea (gliela devi vendere) e se hai successo vieni chiamato per far parte del prossimo batch di startup. La fase di incubazione richiede che tu sia fisicamente presente nell’incubatore per almeno 3 mesi, e questo grava sui costi se significa trasferirsi in un’altra città.
Per la nostra startup siamo finiti nei Balcani, partendo da Berlino, da molti ritenuta la Silicon Valley d’Europa. Il punto è proprio questo, Berlino e’ affollata di startup e startuppari, quindi la concorrenza è davvero agguerrita. In generale gli acceleratori cercano di diversificare il proprio portfolio di startup con idee di business diverse tra loro e in settori diversi. Per cui fare domanda ad un incubatore berlinese significa fronteggiarsi con altre centinaia di candidati ed altrettante idee a cui si sommano quelle già entrate nei batch precedenti, e siete così sicuri di avere un’idea tanto buona e originale? Voi probabilmente ci credete, il problema è convincere chi vi deve selezionare.
Infatti noi abbiamo fatto domanda a diversi acceleratori berlinesi, senza ottenere il ben che minimo responso, e a guardar bene le loro condizioni di ingresso spesso non sono nemmeno così vantaggiose rispetto ad altre città meno blasonate (meno soldi a fronte di una maggiore percentuale di impresa). A questo punto cominciammo a fare domande in posti che nemmeno sapevamo posizionare su google maps: Vilnius, Tallin, …
E dopo pochi giorni fummo chiamati e selezionati da un incubatore balcanico. E siamo partiti. Di corsa.
Ora che il programma e’ finito, possiamo dire che ne e’ valsa la pena?
La domanda da cui partire è “perché hai fatto una startup?”: la risposta nel mio caso non e’ una sola. In primo luogo ero stufo di lavorare per persone dalla discutibile visione aziendale e leadership senza ottenere nulla a livello personale in cambio, ed essendo io un tecnico, ogni volta che mi trovavo a parlare con product-qualcosa o country-qualcosa o chicchessia-commerciale mi scontravo con un muro di piombo, e per quanto io mi sforzassi di esser chiaro, dall’altra parte era come se si parlasse una lingua diversa. In secondo luogo, forse peccando un po’ di presunzione, facevo fatica a trovare una posizione lavorativa che mi calzasse a pennello. A Berlino se sei sviluppatore un lavoro lo trovi, ma io personalmente non mi sono mai visto come uno sviluppatore, e non parlo meramente di titoli di studio, ma soprattutto di attitudine personale. Volevo fare qualcosa di diverso, a mio modo, coi miei standard.
Sono sicuro che queste risposte andranno benissimo a quanti ora come ora stanno pensando di licenziarsi e mettersi in proprio, ma vi consiglio di leggere fino alla fine del post per capire se ne vale davvero la pena.
Il programma e’ consistito in estenuanti mentor session, ovvero una serie di sedicenti esperti che veniva a parlare con noi della nostra idea, elargendo consigli a profusione (quando andava bene) o pareri spassionati; in 2-3 workshop su tematiche varie (di cui forse il più utile e’ stato quello inerente la presentazione della propria azienda), e un demo-day finale in cui ammaliare investitori accorsi a frotte (credo che in realtà non ce ne fosse manco uno). In tutto questo, per i 3 mesi in cui siamo stati li, dai nostri investitori veri e propri (i gestori dell’acceleratore) non abbiamo ricevuto nulla, il ben che minimo aiuto, salvo poi sentirci dire che eravamo stati lenti nel rilascio nel prodotto e che avevamo gestito male i soldi che ci avevano dato.
Nei mesi che siamo stati nei Balcani abbiamo avuto occasione anche di partecipare ad una blasonata competizione tra startup (che poi rendiamoci conto, competizione tra startup?!? L’analogia con la prostituzione la si vede anche con queste gare di bellezza) e l’abbiamo vinta! Senza nemmeno avere il prodotto live, eppure questa vittoria ci ha dato una buona copertura mediatica nella zona.
L’errore fondamentale nell’aver scelto i Balcani sta proprio in questo, tutto quello che abbiamo fatto ed ottenuto nei tre mesi e’ rimasto nei Balcani, tornati a Berlino siamo entrati nell’oblio. Dimenticati dai nostri investitori (da ogni punto di vista, economico e personale), ignorati dai media (visto che alcuni di quelli balcanici oltre alla barriera linguistica hanno anche l’aggravante del cirillico), con un network inutile in terra tedesca (essendo attivo solo nei Balcani) e soprattutto in una città molto più costosa.
Quindi se posso permettermi di darvi un consiglio (anzi due): la città in cui risiede il vostro finanziatore conta. Se avete un prodotto fortemente focalizzato su un mercato (nel nostro caso tedesco) dovete trovare gente che può tornarvi utile su quel mercato. Il passaparola, le raccomandazioni (non quelle all’italiana…) e le conoscenze sono vitali per farvi conoscere e trovare persone che possano consigliarvi (i cosiddetti advisor).
Senza gente del luogo, o che conti veramente, rimarrete solo due ragazzi che stanno facendo un sito internet, come milioni nel mondo. Ci vuole proprio quella persona a cui piacete tanto e che vi presenta quella persona che vuole investire tanti soldi in una cosa proprio come la vostra. Insomma e’ questione di culo, e la fortuna aiuta gli audaci, ma soprattutto quelli che conoscono la gente giusta.
Tornando alla domanda di prima, il perché ho voluto creare una cosa mia, parlo da tecnico e non da business-man, avendo io la carica di CTO ed essendo stato per i mesi balcanici l’unico sviluppatore dell’intera piattaforma: per quanto detto sulla questione del dialogo con capi o colleghi, confermo che nel mio caso e’ stato lo stesso inferno amplificato dalla pressione per i soldi (se non hai il prodotto da vendere, o se non funziona, come li fai sti soldi?). Purtroppo, e vorrei dire che questo e’ stato un mio errore di valutazione, mi sono ritrovato ad essere l’unico tecnico a fronteggiare gli investitori e il mio partner, tutti pressoché ignoranti in ambito di ingegneria del software, e con la bocca piena di parole tipo MVP, lean startup, agile development, lette in giro senza cognizione di causa, ovvero senza capire quando certi criteri sono applicabili e quando no. Soprattutto considerato che ero un unico sviluppatore. Mi aspettavo a momenti che mi chiedessero di fare Scrum con me stesso… Io comunque vengo da ambiti cosiddetti enterprise, con rilasci scanditi da ben precise procedure e tempistiche dettate dai canonici flussi di sviluppo (ricerca-sviluppo-test) che comunque sono più dilatate. Mi sono ritrovato invece con l’alito sul collo per rilasciare qualcosa in tutta fretta per conseguire obiettivi campati per l’aria e soprattutto per far contente persone a cui non interessava minimamente cosa stessi facendo. E con questo rispondo anche alla seconda parte del perché di cui sopra: non sono nemmeno riuscito a fare qualcosa come avrei voluto, ancora una volta ho dovuto sottostare ad improbabili richieste che non hanno portato a nulla. E nonostante le tempistiche con cui ho messo live un prodotto, sono stato accusato di lentezza. E qui la gara tra la mia autostima e l’istinto omicida e’ stata mediata dal mio spirito zen conquistato con anni di yoga.
Come dicevo, la cosa peggiore, e’ essere soli a parlare una lingua a quanto pare incomprensibile, per cui il mio consiglio, se decidete di sviluppare un prodotto informatico/informatizzato, e’ di essere almeno in due sviluppatori e ovviamente l’imprescindibile figura business. Le tempistiche richieste sono talmente ridotte che da soli non ce la farete mai.
Probabilmente la passione che ho messo nella cosa ha cozzato davvero con la mia gestione dello stress, per cui ho messo dei limiti alla mia quantità di lavoro giornaliera; qualcuno ha detto che la startup e’ cosa da giovani, e io forse a 33 anni tanto giovane non sono più, ma credo con tutto me stesso che la startup e’ cosa per insonni o cocainomani.
Come si evincerà da quanto scritto sinora, fare una startup ha molte implicazioni personali, ma mai avrei immaginato che ne avesse altrettante inter-personali.
Quando ti viene il lampo di genio, cominci a parlare della tua idea con amici e conoscenti per capire se la cosa potrebbe funzionare o meno, e in genere noi abbiamo riscontrato molta positività. Poi cominci a parlarne con potenziali clienti, e anche lì devo dire che abbiamo avuto un certo successo. Infine lanci il prodotto e tutti quelli con cui avevi parlato si dileguano.
Come dicevo all’inizio del post, quello che conquista gli investitori sono i numeri, e per avere un certo numero di utenti la prima cosa che fai e’ chiedere insistentemente ai tuoi contatti sui social network di iscriversi, tanto per farti un piacere. Bene, lo abbiamo fatto in tre persone, raggiungendo quasi 1500 contatti, e credo che meno del 5% ci abbia fatto questo favore, e mi rifiuto di pensare che ignorassero l’importanza della cosa.
In fin dei conti, aprire un sito internet e’ come inaugurare un negozio: quante più persone ci sono all’inaugurazione migliore sarà l’impressione che si desterà sui futuri clienti.
Oltre all’iscrizione, la cosa ancora più scandalosa risiede nei like alla pagina ufficiale del progetto, alle condivisioni dei post o del progetto in se, cose che richiedono un frazione di secondo, che se a qualcuno fregasse un attimo di te e di quello che fai non dovrebbero costare nulla.  E invece l’oblio anche in questo caso, ed e’ difficile non ripesare alcuni rapporti alla luce di certe cose, con tutto il cinismo del mondo e consapevole che Facebook non è lo specchio della mia rete sociale.
Purtroppo vi consiglio di farci i conti con questo aspetto, o meglio a non farci conto, soprattutto se avete in mente qualcosa che fa del viral marketing il suo carburante.
Lo stesso discorso vale per potenziali clienti, tra il dire e il fare c’è di mezzo la via lattea.
Insomma, per concludere questa odissea, posso assicurarvi che come esperienza vale la pena di essere fatta, fosse altro per temprarvi e mettere a segno un nuovo limite di sopportazione; inoltre si imparano moltissime cose e in fretta, a volte inutili ma comunque sono novità. Alla fine la vostra startup sarà davvero come un figlio per voi, e la delusione è quando non la vedrete crescere quanto e come vorreste, ma comunque non la abbandonerete tanto facilmente. Se poi pensate di pagarci l’affitto di casa e magari mettere da parte un po’ di euro, allora affidatevi al buon vecchio Gianni Morandi: uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita!

venerdì 9 agosto 2013

Parassiti della societá... ma per una giusta causa

Siccome inizio ogni post recente scusandomi per l’assenza ingiustificata e reiterata senza vergogna, questa volta non lo faró. Ho avuto da fare e questo é quanto.
In compenso avevo promesso lumi su alcuni argomenti, quindi procedo col soliloquio.
In Germania, e soprattutto qui a Berlino, c´é il mito del sussidio facile e generoso. Partiamo col dire che OVVIAMENTE non é cosí. Ma tanto in molti continueranno a fare inutili paragoni tra il wellfare tedesco e quello italiano ignorando tutta una serie di clausole che spesso si trascurano per paura di scontrarsi con la dura realtá.
Il sussidio di disoccupazione, quello che viene dato a coloro che hanno perso il lavoro, viene erogato per un periodo proporzionale a quello di lavoro in un’azienda tedesca. NON é perenne e non vi viene certo dato finché il vostro figlio immaginario compie 25 anni. L’importo inoltre é pari a circa il 75% dell’ultima mensilitá per un massimo di 1000 euro e qualcosa (e generalmente questo é quello che vi verrá elargito). Nell’importo non é inclusa l’assicurazione sanitaria che viene pagata a parte dallo Stato. Il periodo di erogazione é pari alla metá dei mesi in cui avete lavorato in un’azienda tedesca. Se peró siete voi che vi licenziate, a questo periodo dovete sottrarre 3 mesi (quelli necessari perché scatti la disoccupazione). Qualcuno sosterrá che tutto ció é comunque bellissimo, perché il sussidio é comunque erogato a tutti coloro che perdono / lasciano il lavoro. Beh, é comodo sicuramente, ma sappiate che vi stanno solo ridando soldi che praticamente avete versato voi e la vostra azienda nei mesi di lavoro, e quí a meno di contrattazione a mezzo di avvocati non é previsto TFR (aka liquidazione). 
Per la cronaca, questo sussidio va espressamente richiesto al Bundesagentur für Arbeit competente (l’ufficio del lavoro) e, ancora una volta, lí nessuno parla inglese! Ma ovviamente vi avranno detto che a Berlino TUTTI ma proprio TUTTI parlano inglese e che il tedesco non serve. E Babbo Natale esiste e lavora per la Coca-cola.
Il termine massimo per la richiesta é di 3gg dal licenziamento, e dovete portare tutto, ma proprio tutto il cartaceo di cui disponete con voi. Chiedete all’ufficio del personale della vostra azienda tutti i documenti che servono per il sussidio; vi ricordo che siamo in Germania, se vi manca qualsiasi XYZDGGFFGung vi rimandano a casa senza passare dal via. A me é stato richiesto anche l’attestato INPS comprovante la mia regolaritá in materia di contributi. In cambio vi daranno un bel plico di scartoffie da compilare con la vostra storia lavorativa e universitaria, tutto nel buon vecchio tedesco. Da questo momento in poi inizia una via crucis che si conclude fortunatamente col ricevimento del primo sussidio: vi verrá assegnato un tutor che vi guiderá nella ricerca del lavoro nella Job-borse (questa fortunatamente tradotta in Italico, ma non ne farei un motivo di orgoglio) e col quale avrete due o piú fantastici colloqui in cui lui parlerá e voi fingerete di capirlo dall’alto del vostro corso di tedesco De Agostini. Vi verrá anche detto di comunicare tempestivamente ogni vostro spostamento (io non l’ho fatto, e nessuno se ne é accorto).
E qui si conclude la burocrazia tedesca che non vi lascia mai soli nei momenti di sconforto.
Passiamo ora a smentire voci e leggende al cui pari Starwars é una storia realmente accaduta. 
Si dice che a Berlino lavori 3 mesi e poi chiedi un sussidio per cui ti pagano affitto, corso di tedesco, krankenkasse e pure la spesa, vita-natural-durante. Partiamo col dire che i rubinetti se non sono stati chiusi sono stati per lo meno ristretti. Ottenere questo fantomatico Harz 4 é difficile se non impossibile; sono richieste cause di disoccupazione non colmabili a breve. Se poi non siete tedeschi forse un viaggio a Fatima aiuterebbe.
Le condizioni per l’assegnazione di questo sussidio sono molto vincolanti e vi invito a googlarle per il vostro divertimento. Una di queste prevede che voi diate accesso a tutti i vostri conti correnti per l’ispezione sul consumo dei quattro soldi che danno (sono una cifra irrisoria, nell’ordine delle centinaia di euro, ma non dimenticate che affitto e assicurazione sono a parte). Per dire, comprate un biglietto easyjet e verrete interrogati, iscrivetevi ad una palestra e probabilmente verrete scortati in cella di isolamento.
Ho 3 figli, quindi mi danno 1000 euro per ognuno fino al 25mo anno. Come no. Le cifre sono anche qui dell’ordine delle centinaia di euro e vengono elargite solo in determinate situazioni (reddito inferiore ad un tot e varie ed eventuali).
Bene, potrei continuare ancora per un po´, ma spero che il messaggio sia arrivato. Non é il paese dei Balocchi. Nessuno vi regala un bel niente. Ne quí ne altrove. E se pensate di fare i furbi in Germania non avrete vita lunga.
Io personalmente ho percepito il sussidio di cui sopra (quello vero per intenderci) per qualche mese e ne ho approfittato per fare cose che lavorando non riuscivo a portare a termine (vedi scuola di tedesco). Questi soldi vanno presi con questo spirito: usiamoli per colmare quelle lacune che ci renderanno piú appetibili sul mercato del lavoro. E se poi volete approfittarne per fare un pó di vacanza dopo anni interrotti di lavoro, allora fatelo pure. 

Passo e chiudo (scrivere “a presto” suonerebbe ipocrita).

lunedì 29 aprile 2013

AAA - Serietá cercasi


Messaggio ai recruiter / uffici risorse umane / addetti  ai casting / esaminatori generici (anche delle urine):
  1. Il colloquio via Skype o telefonico, quando azienda e candidato sono nella stessa cittá, é una presa per i fondelli, é quanto di piú distante si possa immaginare per conoscere una persona, entrarci in contatto, capirla. Sentirsi dire poi che non sei parso sufficientemente motivato, beh é proprio un’istigazione alla castrazione chimica (anche per le donne!). Cosa dovrei fare per parere interessato, gasato, eccitato per telefono? Rispondere come se fossi ubriaco alle 10 di mattina? Ridere come un beota a tutte le domande? Emettere versi che manco Sara Tommasi nei suoi film porno-moanapozzisistaarigiránellatomba?
  2. Il colloquio in un bar in orario di pranzo é vietato per legge. Sapevatelo. Il prossimo che me lo propone riceverá come risposta un sincero “Nein, danke” data la poca e scarsa serietá che traspare dalla ricerca del personale abbinata a quella eno-gastronomica.
  3. Per favore, i colloqui due persone alla volta sono giá stomachevoli di loro, se poi fate anche la domanda sul salario atteso, davvero mi pare di stare al mercato del pesce. La domanda “le tue aspettative salariali?” non ha nulla a che vedere con un asta a ribasso, e soprattutto se viene posta come secondo quesito mi sa tanto di cerchiamo una persona con mille mila anni di esperienza, quattordici lauree, almeno un trilione di skills, e che accetti di essere pagato come uno sbattitore di tappeti.
  4. Qualcuno mi spieghi perché se tutti urlano Python allora tutti cercano sviluppatori Python? Tutti urlano Ruby (non QUELLA Ruby) e allora tutti voglio sviluppatori Ruby? Tutti dicono HTML5 e tutti vogliono sviluppatori HTML5? Poi qualcuno insinua il dubbio sulla questione del mobile, e allora tutti vogliono sviluppatori nativi iOs / Android? Fidatevi di un pollo: io se dovessi partire ora con un progetto, punterei su un linguaggio molto piú rodato, con una community, con delle vere professionalitá senior. Non date retta ai geek o nerd che siano. Sono i bastian contrari della societá.
  5. Non é bello fare aspettare per una risposta, ed essere indisponenti se dopo due settimane uno si degna di chiedervi un riscontro.
  6. Il non essere presi per un lavoro fa parte della vita, come la diarrea e l’herpes. Li per li oscilli tra il fastidio e il malore fisico, ma poi passa. Quella che invece é punibile con una tempesta di cacche di gabbiani golosi di pesce marcio é la presa per il culo. Non dirmi che ho troppa esperienza, se ho risposto all’annuncio e mi sono fatto persino la barba per venire a sostenere il colloquio, evidentemente il lavoro mi interessa. Forse mi piace vincere facile. Dillo che non puoi pagarmi per quello che la mia esperienza richiederebbe. Non dirmi che hai trovato qualcun altro se dopo due settimane rimetti l’annuncio on line. Ormai la vita di qualsiasi internauta oscilla tra la pornografia e lo stalking puro. Le cose le vengo a sapere, e in me si innesta il dubbio che forse faccio cagare e non hai il coraggio di dirmelo. Visto che comunque mi stai scaricando, preferisco che tu lo faccia sinceramente. Sono pelato, ingegnere (e chi ha fatto ingegneria sa di cosa parlo) e italiano emigrato in Germania, l’insulto fa parte del mio vivere quotidiano. Dimmelo se ti sto sulle balle, mi puzza l’alito o le ascelle, se le mie lentiggini ti ricordano Ricky Callingam quando tu preferisci Fonzie. Dimmi la veritá, ma non prendermi per il culo per favore.
Grazie,
Sinceramente Io.
Detto questo mi metto in proprio o emigro nuovamente.

sabato 3 novembre 2012

I 10 motivi per cui vivo a Berlino


Ad un anno esatto dalla mia decisione di venire a Berlino ora posso stilare un primo bilancio. Per la cronaca: decisi di trasferirmi durante un viaggio ad Amsterdam il 2 giugno dell’anno scorso (2011) mentre discutevo col mio compagno di merende che viveva giá quí cosa fare della mia vita. Credo che Amsterdam sia il posto ideale per prendere decisioni sulla propria esistenza.
Al costo di essere banale, ho voluto stilare i 10 motivi per cui vivo e resto qui. Molti di questi punti in realtá rientreranno anche in una lista contraria, ovvero i 10 motivi per cui non resterei a Berlino, ma se sono ancora qui evidentemente i punti a favore sono superiori. Ecco il mio personale elenco:
  1. Questo non é un paese per vecchi. Chi ha vissuto, studiato e lavorato in Italia anche solo per 10 anni, sa di cosa parlo! Due cose su tutte: il mio capo ha 37 anni e l’altro socio é del 84 (fate i vostri conti). A 23 anni, se non prima, molti hanno completato il proprio ciclo di studi, facendo nel frattempo numerosi stage e lavoretti; questo fa si che mentre noi stiamo ancora lì a scegliere l’argomento della tesi per la laurea triennale, un tedesco medio ha già una laurea, esperienza lavorativa e soldi da parte (il lavoro da studente ha una tassazione molto esigua in Germania). E non meravigliamoci di vedere ragazze di 28 anni in attesa del terzo figlio...
  2. Qui a Berlino (e non parlo assolutamente del resto della Germania) la gente si sa godere la vita. Altroché. Diciamocelo, in Italia la gente non sa più godersi la vita. Anche scegliere dove passare il sabato sera per me era diventato uno stress. Qui dimenticatevi costi folli, selezione all’ingresso e dressin’ code (ad eccezione forse del Berghain). Mettetevi quello che vi pare, compratevi una birra o una clubmate al primo market che capita, prendete il mezzo di trasporto più comodo (attivi nel weekend all night long) e infilatevi nel primo locale che vi piace. Il fine settimana inizia alle 18 del venerdì sera e finisce domenica. Poi arriva il lunedí, ma questo non impedisce a nessuno di fare pausa pranzo in uno dei numerosi parchi (se il tempo lo permette chiaramente) e prendersi una birra usciti dall’ufficio.
  3. Viene naturale da quanto scritto sopra: i trasporti pubblici. Funzionano tanto e bene. Nel weekend sono attivi tutta la notte, invece durante la settimana sono garantiti fino ad oltre mezzanotte. Mi chiedo a cosa serva la macchina in questa cittá visto che con i mezzi si arriva ovunque e ad un costo piú che onesto. E se il tempo e la voglia ve lo permettono, potete sempre muovervi in bici: le piste ciclabili sono capillari e ben fatte e sarete in ottima compagnia per dedicarvi allo sport preferito di questa cittá, ovvero “uccidi il pedone”. In ogni angolo ci sono affitta - bici, quindi non avete nessun obbligo di acquistarne una.
  4. Sempre dal punto 2: I locali e la vita notturna. Ce n´é per tutti i gusti, dove per gusti mi riferisco a quelli musicali, a quelli alimentari e perché no... a quelli sessuali (siamo o non siamo nel regno della tolleranza?). C’é davvero ogni sorta di ristorante, club o pub. E i club qui sono aperti anche per 24 ore di fila... il consiglio é quello di mettere scarpe comode!
  5. Scelta. Un po´ si evince anche dalla moltitudine descritta al punto 4, ma in generale per Berlino c´é una grossa varietá di possibilitá. É una cittá enorme, occupa cinque volte la superficie di Milano, e per forza di cose offre una moltitudine di scelte. Ogni quartiere ha la sua precisa identitá, c´é il quartiere turco, quello gay, quello fighetto, quello ebraico (o pseudo tale), quello neo-nazi, quello dandy-hipster, quello metal - dark -anarchico. Un vero meltin pot socio culturale. E questo vale davvero per ogni cosa: per le scuole di lingua, per i cinema, per i musei, per i negozi, ... Insomma dimmi cosa scegli e ti diró chi sei, e se ti piace sperimentare allora a Berlino non ti annoierai mai.
  6. Berlino é multietnica. C´é una grossa comunitá turca, ed é evidente in quartieri come Neukolln, Kreuzberg, Wedding, Moabit. Oltre a questa peró, ce ne sono di altrettanto numerose di russi, polacchi, italiani (e quando mai!), spagnoli, greci, vietnamiti, cinesi,... Questo si traduce in numerosi stimoli culturali. Purtroppo pur essendo tremendamente affascinato dalle possibilitá dovute a tali scambi, forse é l’aspetto che ho piú trascurato da quando sono a Berlino. Sará che sono io il primo a sentirmi (e ad essere) straniero, ma mi sto focalizzando a comprendere la cultura tedesca prima della altre, e onestamente non ci sto riuscendo. Rimane comunque il fatto che quando vorró e potró sicuramente avró molte possibilitá di conoscere e sperimentare una moltitudine di culture.
  7. É una capitale degna di tale nome. Ha tutte le strutture e gli strumenti che si addicono alla prima potenza europea. La municipalitá in se é coperta di debiti, ma immagino che i lavori di ristrutturazione globale di una metropoli come questa richiedano mezzi spropositati. Partire ed arrivare a Berlino é facilissimo: ogni destinazione é raggiungibile via aereo, treno o autobus. In attesa del nuovo aeroporto, rimango aperti i due storici (facilmente raggiungibili dal centro cittadino) da cui decollano le compagnie di bandiera, quelle internazionali e soprattutto (per me) quelle low cost. La stazione centrale di Berlino é nuovissima ed é un capolavoro architettonico. Disposta su piú livelli da´ accesso a treni da e per ogni destinazione. A questa si affiancono le stazioni “minori” dislocate per i quattro punti cardinali della cittá. Come giá detto il sistema di trasporto pubblico é capillare e commisurato alle esigenze cittadine, non come certe capitali in cui muoversi é un incubo ancor piú che spostarsi dall’aeroporto alla cittá (chi ha detto Roma?). Le infrastrutture tecnologiche sono in continua espansione e aggiornamento: la tecnologia LTE é giá realtá, e la fibra ottica per i 100mbit residenziali copre giá gran parte della cittá. Inoltre é partito da poco il progetto del wifi gratuito per tutta Berlino. E poi ci chiediamo come mai le startup tecnologiche aprono tutte qui...
  8. Opportunitá lavorative e costo della vita. Questo punto fará storcere il naso a molti, ma se per me posso parlare entro i dovuti limiti, ho conosciuto molta gente qui che mi ha reso partecipe delle proprie esperienze positive. La mia vicessitudine personale é quella di un ingegnere con forte propensione ed esperienza nel ramo informatico, questo significa che in una cittá dove nascono startup tecnologiche con business “internettiano” ogni giorno, le opportunitá per me si sprecano. Per quelli che non sono nel ramo informatico direttamente ci sono altre mille possibilitá, ma che per mille motivi spesso non vengono colte e ci si rintana nel banale “a Berlino non c´é lavoro”. Come dice la nostra benemerita ministra, e mai come a Berlino é vero, bisogna essere “choosy” e il lavoro si trova. L’occasione d’oro poi magari arriva. Ma intanto non si sta a spasso, si accumula esperienza e si perfezionano le lingue straniere. Ah, e dimenticatevi gli stipendi da Baviera, per il semplice fatto che qui tanti soldi non servono! Grazie a Dio con 1000 euro si arriva ancora a fine mese. A Berlino ci sono prezzi umani (certo variabili a seconda del quartiere) e accessibili a tutti per tutte le necessitá: alimentari, vestiti, divertimento, operatori telefonici, ...
  9. La gente. Croce e delizia dell’italico che si interfaccia col teutonico. Oltre e mille aspetti negativi, qui la gente se non altro si fa gli affari propri. Nessuno vicino di casa troppo invadente. Nessuno collega troppo appiccicoso. Nessun dobbiamo-essere-amici-per-forza-perché-frequentiamo-la-stessa-palestra. I silenzi a pranzo o in pausa caffé non sono di imbarazzo ma di perenne riflessione, e per tanto MOLTO apprezzati. Insomma, quando vi volete divertire e far casino ci sono sempre i connazionali, quando non ce la fate piú e volete stare in pace ci sono i tedeschi. Ovviamente non si puó generalizzare, ma io la vivo cosí! E poi davvero, volete mettere il non doversi preoccupare di cosa-mi-metto-la-mattina-per-uscire-di-casa?
  10. Lo lascio per ultimo perché forse é il motivo piú scontato: Berlino é bella! É una cittá che anche dopo anni e anni ha sempre un motivo per togliere il fiato: basta un angolo, un parco, uno scorcio di fiume, un residuato bellico riportato alla luce ed esposto al pubblico, un palazzo restaurato e donato nuovamente ai cittadini, una mostra, un museo, un club, qualunque cosa... davvero... anche se il clima é quello che é, uscire per Berlino é sempre una piacevole sorpresa. E scusate se é poco...

martedì 1 maggio 2012

Anmeldung, krankenkasse e cazzi e mazzi


La burocrazia tedesca puó essere una spina nel fianco per chi arriva a Berlino pensando che il peggio lo abbiamo noi in Italia. Non si scappa... senza la anmeldung (l’iscrizione al comune di Berlino) non si fa niente. Supponendo che abbiate giá un lavoro da dipendente e che arriviate a Berlino per iniziare questo lavoro, nell’ordine bisogna:
  1. Comprarsi una sim tedesca nei posti tipo rossmann, lidl e rewe, di operatori come fonic e blau che richiedono l’attivazione online e quindi non tramite operatore che vi richiederebbe l’anmeldung. In fase di registrazione della sim fornite pure un indirizzo falso o di un amico (potrete modificarlo in seguito). Blau nello specifico possiede molte opzioni dati flat per smartphone a partire da pochi euro mensili (4,99 nel momento in cui scrivo); quest’ultima informazione si collega a quello che spero ormai sia un dato di facto per il 2012, ovvero che senza internet non si va da nessuna parte (anche perché vi serve per registrare la sim online).
  2. Cercare casa, disperatamente! Molti avventori sono dell’avviso di cercarsi un buco anche solo per poche settimane o mesi per poi trovarsi una sistemazione definitiva (e ho giá spiegato che non é cosí difficile trovare annunci per case in affitto anche solo per una settimana); io per quanto detto e per quanto mi é capitato non sono di questo avviso. Costa troppa fatica girare una cittá (sconosciuta) delle dimensioni di Berlino a soprattutto non dimenticarsi MAI che a dispetto di ció che mi era stato riferito, il cambio di indirizzo va ogni volta comunicato presso quegli uffici che ne fanno uso, in primis bisogna dis-anmeldarsi dal vecchio domicilio e ri-anmeldarsi nel nuovo (e questo richiede file impegnative, a meno che non vi prenotiate online se il vostro Bürgeramt lo prevede); se poi siete iscritti all’AIRE dovete comunicarlo anche al consolato italiano presso l’ambasciata, e infine se avete un conto corrente tedesco dovrete fare il cambio di domicilio anche presso la vostra banca. Quindi trovatevi una casa (che giá é una gran cosa) e tenetevela stretta!
  3. A questo punto c´é un passo ovvio: fare sta cavolo di anmeldung! Trovate il Bürgeramt (l’ufficio competente del vostro quartiere) piú vicino e se possibile prenotatevi online per fare la vostra registrazione, in alternativa all’atto della consegna del numero per il vostro turno é possibile lasciare un numero di cellulare tedesco (ecco perché tra le altre cose vi serve una sim) per essere avvisati dieci minuti prima della vostra chiamata. Io la butto lí, anche perché in molti mi smentiranno, ma a me e altri conoscenti é capitato di trovare impiegati che non parlavano un acca di inglese. Morale: se avete un amico che parla tedesco é venuta l’ora di offrirgli una cena!
  4. Fatta l’anmeldung in cui avrete comunicato il vostro indirizzo, dovrete pazientare qualche giorno per la ricezione via posta del vostro codice identificativo (codice fiscale). Io ho dovuto aspettare solo qualche giorno e ho ricevuto un semplice foglio con in alto a destra riportato il codice malefico.
  5. Se avete un contratto di lavoro (o forse anche no) con il codice fiscale tedesco dovrete recarvi all’ufficio delle finanze (Finanzamt) e registrarvi anche presso di loro per essere in regola col pagamento delle tasse (e quí non siamo in Italia... non aggiungo altro).
  6. Infine sempre con l’anmeldung in mano dovrete provvedere a stipulare un’assicurazione sanitaria (krankenkasse) che nel mio caso (essendo pagata per metá dal datore di lavoro) é stata fatta dalla mia azienda. Riceverete per posta un tesserino sanitario che dovrete usare come quello italiano.
  7. Ricordo, soprattutto per chi ha pendenze fiscali con l’Italia che entro 90 giorni dall’arrivo in Germania bisogna (diciamo bisognerebbe) iscriversi all’AIRE (ass. italiani residenti all’estero) presso l’ambasciata italiana, e anche in questo caso bisogna fornire l’anmeldung comprovante la vostra residenza a Berlino. Per vostra informazione con la registrazione all’AIRE perderete l’assistenza sanitaria italiana (che comunque vi da accesso all’assistenza sanitaria tedesca pagando 10 euro), quindi se non avete l’assicurazione tedesca fossi in voi ci penserei un attimo.

venerdì 13 aprile 2012

Riassumendo... cercare casa a Berlino ed abitarci


Senza la presunzione di dare consigli non richiesti o elargire lezioni su argomenti troppo soggettivi, mi permetto di fare il punto su quello che ho imparato sulle case a Berlino:
  • Cercare casa non é semplice. Nel mio caso é stato complesso ma alla fine in una settimana una casa l’ho trovata con tutte le pseudo-tragedie che ne sono scaturite in seguito. Navigando tra vari forum e sentendo testimonianze dirette devo dire che soprattutto in questo periodo storico trovare casa é quasi impossibile e se sicuramente stiamo assistendo ad un migrazione di massa verso la capitale tedesca, é anche vero che noi italiani (io in testa) abbiamo delle aspettative (spesso) molto alte. Vogliamo tutti un bel monolocale / loft nel quartiere che piú ci rispecchia, ma purtroppo a Berlino vince chi si adatta. Quindi per cercare casa non rimane altro da fare che rastrellare tutte le possibili fonti di annunci (e ovviamente sto parlando di internet), sostenere quei (fastidiosi) provini e beccarsi un bel po´ di due di picche e perseverare nella ricerca.
  • Ottobre é il mese peggiore per cercare casa a Berlino: iniziano i corsi universitari e se voi non siete studenti difficilmente supererete i “casting”.
  • Abbassare fino al limite della decenza le aspettative sulla casa e sui coinquilini. Io ho pagato caro questo aspetto (e forse anche la mia padrona di casa). Le case (e le stanze a Berlino) sono di norma vuote e per lo piú sono vecchie (bene che vi va restaurate) quindi qualche malfunzionamento o qualche carenza sono leciti e probabili (per non dire certi). Puó capitare che il precedente inquilino vi faccia un forfait del suo arredamento, ma non sempre conviene (a Berlino ci sono molti IKEA, quindi fatevi i vostri conti) e a volte il letto é un materasso buttato per terra. Anche con i coinquilini non ho trovato molte vie di mezzo: se capitate con studenti o “artisti” vi beccherete un WG party a settimana (il che significa tanto spasso e poco sonno), se capitate con lavoratori seriali silenzio in sala che alle 22 si dorme.
  • Prediligere contratti di affitto “flatrate”: io saró anche freddoloso, ma vi assicuro che qui i termosifoni funzionano molto, e le bollette non si pagano da sole! Inoltre avrete bisogno di internet (anche solo per usare skype / facebook per rimanere in contatto con i vostri cari) e questa seppure bassa é pur sempre un’altra spesa. Visto che di solito é possibile avere un contratto che comprende anche le spese, fatevi i vostri conti ché magari vi conviene (e se mal sopportate i -15 gradi é meglio prevenire che curare).
  • Ovviamente, ma é meglio dirselo ancora una volta, niente bidet!
Per concludere, a bilancio di questo primo mezzo anno a Berlino, vi lascio con un barlume di speraza: i primi mesi non sono mai una passeggiata, ma col passare del tempo non si puó che innamorarsi di Berlino... poi fra un po´di mesi dovró rimettermi alla ricerca di una casa e probabilmente torneró a maledire il giorno in cui ho deciso di trasferirmi, ma passata la tempesta mi ricorderó che tutto questo fa parte della follia di questa cittá.

domenica 5 febbraio 2012

INFO TECNICA

Cari Lettori, 
come avrete notato sto pubblicando i post RETRO DATATI.
Il motivo è che inizialmente mi era stato chiesto di scrivere delle mie esperienze per un altro sito internet, ma la cosa non mi ha soddisfatto e così sto progressivamente rielaborando quanto fatto per pubblicarlo in questo blog mantenendo però le date originali che danno meglio l'idea del periodo storico dei fatti.