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lunedì 31 ottobre 2016

Quinto anniversario

Ed eccomi qua, col solito post anniversario. Unica vera costante di questo desolato blog.
Mi scuso per il ritardo, ma il 4 ottobre ero in Argentina, da qualche parte in Patagonia. Ma questa é un'altra storia.
L'anno passato é stato strano sotto molti punti di vista, e per questo devo dire che é volato senza che me ne accorgessi.
Il clima per iniziare: l'inverno é stato sin troppo mite, il che é incredibile per una città come Berlino la cui latitudine é prossima alla Siberia. Per cui l’attesa e l’apprezzamento per la primavera non é stata cosi trepidante come gli altri anni. Di contro l’estate ha fatto abbastanza schifo, il che é perfettamente nelle corde di Berlino.
Lavorativamente parlando, ho concluso il post-anniversario scorso dicendo che avevo appena accettato una nuova offerta da una compagnia blasonata e quotata in tutta la Germania, e ora in Europa (data la recente acquisizione da parte di un gruppo internazionale). Vorrei dire che sono tutte rose e fiori, ma conflitti interni e difficoltà organizzative, stanno portando una serie di problemi e un turn over di personale, che mi ricordano purtroppo un film già visto. Spero solo che questa incertezza passi con l’anno che verrà.
La vera soddisfazione dell’anno é la casa, che a fatica e con una certa perseveranza ho arredato e reso funzionale ai miei bisogni, e ne sono oggettivamente orgoglioso.
Dall’altra parte, quello che ha davvero rovinato l’anno passato, sono una serie di grane legali che sembrano non avere conclusione: in primis la famosa palestra di Madonna (la Hard Candy che ho menzionato sempre nel post dell’anno scorso) che é fallita chiudendo i centri da un giorno all’altro. Peccato che io avevo appena pagato 1000 euro per una sottoscrizione a vita (sì, avete letto bene, un abbonamento per tutta la vita a soli 1000 euro). E così adesso concorro coi creditori alla bancarotta della mia palestra. Nessun cenno dalla signora Ciccone per ora.
Altra grana é dovuta alla precedente casa che ho affittato per 4 anni. Non per vantarmi, ma quando affittai quell’appartamento non era propriamente un gioiello. Ho sistemato i mobili che chi c’era prima mi ha lasciato; messo le tende; sbiancato le pareti e soprattutto dato una profonda pulita visto che chi c’era prima aveva un gatto che perdeva più peli di me prima e durante l’alopecia. In tutto questo per 4 anni ho sempre pagato tutte le spese, non ho mai rotto i coglioni alla proprietaria, ne ai vicini di casa (seppur ad un certo punto mi hanno schiaffato un ristorante al piano terra, con cucina nelle cantine). Quando sono andato a Sofia per quasi 4 mesi, mi sono sognato di subaffittare il mio appartamento, perdendo una barca di soldi, ma con la paura che qualcuno lo rovinasse, causandomi più danni che benefici. Bene, quando ho lasciato l’appartamento a Novembre, mi é stata negata la possibilità di trovare qualcuno che mi subentrasse prima della scadenza effettiva del contratto (Gennaio 2016) e che comprasse tutti i mobili. Quindi mi sono dovuto prendere la briga di vendere tutti i mobili, verniciare casa e soprattutto pagare l’affitto a vuoto per 3 mesi. Quando ovviamente la cosa non era successa per me. E per concludere questa favolosa storia, ad oggi non ancora rivedo la mia caparra (ben 1800 euro) per motivi ignoti. Il termine massimo é sei mesi dalla fine del contratto, per cui ora l’agenzia é in piena illegalità, ma ovviamente la cosa non tange nessuno a parte me. Ovviamente sto procedendo anche in questo caso tramite il mio avvocato, ma temo che sarà una lunga e dispendiosa storia.
Per concludere, come ormai mi rendo conto guardando il mio non-blog, Berlino é entrata nella mia quotidianità come un paio di pantofole, non adatte alle grandi occasioni, ma comode come poche cose al mondo. Probabilmente anche Berlino si é adattata alla grande mole di immigrati, perché ormai ho la sensazione che manco ci si sforzi piú di parlare tedesco, ma bensì inglese.

Se non ci sentiamo prima, buone feste!

domenica 24 aprile 2016

I Berlinesi sui mezzi pubblici

AVVISO: modalità ironia ON. Se avete acidità di stomaco non siete obbligati a proseguire con la lettura.
Quello che segue é un piccolo decalogo sul comportamento dei berlinesi nei confronti dei mezzi pubblici. Sono perfettamente consapevole che in alcune città, a volte anche più blasonate a livello di ordine a pulizia (si veda Tokyo per esempio), la situazione sia peggiore, ma ammetto che a Berlino se si vuole vivere uno spaccato di vera società, prendere un mezzo pubblico può essere più che sufficiente.
1. Non importa se il mezzo successivo arriverá dopo due minuti da quello appena giunto: il berlinese tipo sale sul primo mezzo che gli si para davanti, anche se pieno come un otre di vino a novembre, e al costo di passare su una anziana paralitica sulla sedia a rotelle. É la situazione tipo in questa città, che vale per quasi tutto: il berlinese odia aspettare, e preferisce viaggiare in condizioni umanitarie al limite della croce rossa, piuttosto che aspettare anche solo un minuto in più per il mezzo successivo, che spesso é vuoto visto che tutti avranno intasato il precedente.
2. Per accaparrarsi un posto (anche in piedi) il berlinese tipo dimentica millenni di civiltà, e fa sfoggio di una violenza tale vista solo durante il black friday nei centri commerciali americani. Sono stato personalmente scartavetrato a terra da una ragazza di 22 anni bionda con le treccine e due occhi azzurri da Bambi che ha appena trovato la madre tramortita. Una scena che vedo spesso accadere la mattina, e che davvero ti fa ripensare alla tua appartenenza al genere umano, é quando chi deve salire non lascia nemmeno il tempo a chi deve scendere di lasciare il mezzo, creando situazioni drammatiche, in cui chi vuole uscire spinge per farlo il più in fretta possibile, prima che le porte si chiudano, e chi vuole salire preme con tutto se stesso verso l'interno del mezzo e contro coloro che vogliono uscire. Questo talvolta include anziani e madri con bambini.
3. Il berlinese tipo trasporta ogni cosa gli passa per la testa sui mezzi pubblici: questo include divani, letti, materassi, cavalli, biciclette (le fottute biciclette sottolineerei) e passeggini della dimensione di uno shuttle. Questo anche quando il mezzo é già spaventosamente pieno e nonostante la consapevolezza che verrai guardato come una merda appena fatta per tutta la durata del viaggio. La situazione peggiore si verifica con la pioggia e il brutto tempo, quando la gente pensa bene di uscire in bicicletta salvo poi portarsela in metro o tram. A questo punto la domanda sorge spontanea: visto che a Berlino il tempo é piuttosto stabile (non cambia ogni 5 minuti), in quale momento della tua noiosa vita ti é balenato in testa di uscire in bicicletta col freddo, la pioggia, il ghiaccio o la neve, salvo poi decidere di prendere i mezzi col bi-ciclo a seguito???
4. Il berlinese mangia e beve di tutto sui mezzi pubblici, nonostante un cartello decisamente chiaro che proibisce il consumo di bevande e cibo a bordo. E quando dico di tutto, intendo di tutto, dalla pizza, all'insalata, ad un profumatissimo kebap passando per mac donalds vari e fish and chips. Idem per le bevande, si parte dalla birra, passando per il vino, fino all'immancabile caffé to-go della mattina, che ovviamente é una bomba ad orologeria, soprattutto quando i treni sono stra-colmi. Ogni volta che vedo qualcuno in piedi davanti a me col bicchierone ripieno di caffé bollente, mi sale l'ansia manco fossi cosparso di miele in una gabbia di orsi grizzly. Immancabile la scena in cui il mezzo di trasporto frena all'improvviso, e il caffè bollente finisce addosso a colui che indossa più indumenti bianchi. E lì sono bestemmie...
5. Il berlinese tipo odia chi si fa i cazzi propri, ma adora farsi i fattacci degli altri. Ho visto personalmente sfumare le migliori diottrie solo per carpire cosa la vicina stia leggendo o scrivendo sul proprio smartphone. Cose davvero al limite della dignità umana, che comprendono tentativi di lettura dal riflesso sul vetro, fino a fingersi strabici quando sorpresi a leggere la conversazione su whatsapp del vicino di treno. Insomma, vi sconsiglio vivamente di aprire Tinder sui mezzi di trasporto onde evitare di essere sgamati dopo 10 secondi. Ma ovviamente voi non usate Tinder...
6. In linea di principio tutti o quasi pagano il biglietto a Berlino, anche per la bicicletta a seguito, ma capita sempre il distratto che dimentica di obliterare il biglietto o lascia l'abbonamento a casa, e qui i controllori sono in incognito, ovvero very normal people della dimensione di una expedit 5x5, che guadagnano sulle multe fatte, e che in caso di mancanza di biglietto vi fará subire due onte: la prima é lo sguardo impassibile del controllore stesso che vi chiederà il documento di riconoscimento, e se non lo avete vi scorterà fuori dal treno in malo modo, ed é inutile che provate a biascicare qualche scusa perché a lui non gliene può fregare di meno. La seconda é lo sguardo schifato e persecutore di tutti gli altri passeggeri, che (fomentati anche dall'azienda dei trasporti) vi colpevolizzeranno di tutti gli aumenti del costo dei biglietti degli ultimi 80 anni.


Discorso a parte meriterebbero gli autisti dei mezzi, che di solito hanno la gentilezza e la compassione di un dobermann davanti ad una salsiccia, ma in fin dei conti devo dire grazie un milione di volte alla BVG che mi ha restituito circa 2 ore al giorno della mia vita che in Italia perdevo in macchina bestemmiando sulla A4. E poi i mezzi sono sempre attivi durante il weekend, mica poco...

martedì 20 ottobre 2015

Quarto anniversario

Eccomi qui, nella mia integrità nel pubblicare cose quando voglio, almeno il post-anniversario della mia venuta a Berlino non manca mai.
Siamo arrivati a 4 anni, faccio fatica ad accettarlo, ma siamo a quattro. 
L'anno che é passato é stato costellato da diversi viaggi (unica mia vera passione), dal corso di fotografia (che a discapito degli investimenti economici / personali ha purtroppo disatteso le mie altissime aspettative, fosse altro per mancanza totale di tempo), dall'iscrizione in una una nuova palestra (quella di Madonna, non so se mi spiego), e dal lavoro.
Fondamentalmente un anno tranquillo, se non fosse stato che, intorno a marzo / aprile, avevo fortemente deciso di lasciare Berlino per Londra. Ora, non so se é perché l'occasione lavorativa anglosassone non é andata a buon fine, o perché oggettivamente mi sono reso conto che Berlino é meglio, ma alla fine ho cominciato a sentire questa cittá davvero "casa" mia. Proprio così, il mood attuale é "Berlino é casa".
Tutto mi é familiare, tutti mi sono familiari, so come e dove muovermi, e alla fine ho imparato ad accettare tutti i difetti, della città, della Germania, della gente, ed ecco che ora conviviamo pacificamente, scornandoci di tanto in tanto ma senza grossi scossoni.
Credo che proprio il mese passato sia emblematico dell'anno trascorso. Ho praticamente rassegnato le dimissioni dal mio attuale lavoro, dopo averne trovato un altro decisamente migliore (si spera), e soprattutto ho comprato casa. Tutto in due settimane.
E piú o meno da solo (fatta eccezione per un amico che mi ha passato il contatto del venditore per la casa), il che mi fa ben pensare che il peggio ormai sia passato.
Confido che nel momento in cui la situazione abitativa e lavorativa si saranno risolte, potrò finalmente concentrarmi sul mio processo di integrazione in questa nazione.
Comunque, il messaggio di questo post, per voi che vi avventurate in questa città, é uno solo: non arrendetevi. Ci vuole tanta pazienza, ma proprio tanta. Ancora non sono in grado di dire se Berlino sia meglio o peggio delle città italiane in cui ho vissuto, posso dirvi però che la qualità della mia vita ha subito un generale miglioramento, ma questo a discapito di una tranquillità che forse in Italia era maggiore. Mi spiego meglio, qui a Berlino é sempre tutto un divenire, quattro lavori in quattro anni, tre case cambiate, mille "amici" passati, viaggi non pianificati; in Italia per me era più o meno lo stesso da anni, lavoro sempre quello, amici sempre quelli, la mia famiglia che comunque era onnipresente, viaggi sempre ad agosto e pianificati dall'anno prima. Ma paradossalmente ho scoperto che a me la noia mi uccide, per cui preferisco trovarmi nell'occhio del ciclone e farmi sballottolare in giro senza sapere dove finirò, piuttosto che stare a casa e guardare la tromba d'aria in televisione dal mio divano. Ecco, sappiatelo, la pappa non arriva se state seduti ad una sedia ad aspettarla; qui vi dovete comprare gli ingredienti e prepararvela, e probabilmente dovrete anche buttarne un paio di pentole, prima che vi venga buona.

Spero ancora una volta che la mia esperienza vi sia di aiuto, e confido di tornare con qualche nuovo post al più presto. Statemi bene.

venerdì 9 gennaio 2015

Imparo il tedesco a Berlino - Le scuole di lingua

Oggi, in questa grigia e tetra giornata di gennaio, voglio parlare di un argomento che porterà il mio umore ancora più in basso: il tedesco (inteso come lingua germanica).
La tediosa e superficiale domanda che solo chi non ha mai vissuto in Germania costantemente mi propina è: ma sto tedesco te lo sei imparato?
Ebbene la risposta a distanza di tre anni è NO. E sottolineo OVVIAMENTE NO.
Partiamo dal presupposto che i limiti
sono miei, ma anche della vita che conduco.
In primis, io sono arrivato a Berlino senza saper neppure scrivere “ja” (e infatti lo scrivevo “ya”) a trent’anni suonati senza mai essermi posto il problema di studiare tedesco, e quindi dovendo partire da zero e con un blocco mentale notevole.
In secondo luogo il tempo a disposizione è quello che è, lavorando tutto il giorno e considerato che il sabato e la domenica le scuole sono chiuse. Io a scuola ci sono sempre andato, e dopo il lavoro vi assicuro che la capacità di concentrazione svanisce al primo olezzo di cibo (e la mia attuale scuola ha un ristorante annesso quindi l’eventualità è tutt’altro che rara).
Infine, mettiamoci pure che la città in cui vivo e il mio lavoro non rendono il tedesco una necessità stringente, a patto di sapere l’inglese. Inutile ripeterlo, ma il fatto che la città sia stracolma di stranieri fa si che l’inglese sia molto diffuso, per non parlare dell’italiano, che impera anche nei luoghi più impensabili. Insomma sopravvivo benissimo col mio poco tedesco.
Ma questo vuole essere un post sulle scuole di lingua e non sulla mia pigrizia.
Anno domini 2011, appena arrivato a Berlino, da neofita quale ero mi iscrivo alla scuola più famosa dopo il CEPU, il Goethe Insititute, livello A1.
Era un corso pseudo intensivo, tre volte a settimana (lunedì, martedì e giovedì)  per tre ore (dalle 18 alle 21) per 6 settimane. Nonostante fossi appena arrivato, nonostante il nuovo lavoro, nonostante il fatto che la casa in cui ero rappresentava una fonte inesauribile di casini (vedere post precedenti), devo ammettere che é stato un corso valido, molto valido. Il merito é andato all’insegnante, davvero paziente e bravissima nel celare il fatto di conoscere l’italiano meglio di me, e alla mia ignoranza in materia (é facile riempire un vaso vuoto). Difetti: il costo spropositato (600 euro), la fatica (a volte tanta) e la presenza di italiani per classe (più di metà) che però sono tuttora i miei migliori amici.
Arriviamo al 2012, mi dico che in fin dei conti la precedente esperienza non era stata male, e mi iscrivo anche al corso A2, forte della presenza dei precedenti compagni italiani, ormai divenuti amici (il voler imparare il tedesco perché ci sono i tuoi amici italiani in classe NON é mai una buona motivazione, annotatevelo!). Purtroppo dopo aver pagato i 600 euro, arriva l’amara sorpresa: non é stato raggiunto il numero di iscritti e così mi hanno spostato nel corso meno intensivo (ovvero 2 volte a settimane, martedì e giovedì, stesso orario ma per 8 settimane). A questo si somma il fatto che l’insegnante non era più la stessa, bensì un insegnante tutto sommato decente, ma sostituito dopo sole 2 settimane con un’anziana signora chiaramente non tedesca, e chiaramente non brava quanto i precedenti insegnanti. Morale della favola: due mesi persi a parlare di code alla vaccinara durante la lezione! Ma per il Goethe ero abile per l’A2 e quindi certificato ottenuto.
Finito il corso, mi sono scoraggiato parecchio, anche in virtù del costo, della fatica e del fatto che più passavano i mesi a Berlino e più italiani conoscevo, soprattutto a lavoro.
A quel punto fu proprio l’azienda per cui lavoravo a sorprendermi, mettendo un’insegnante di tedesco a farci un corso di 2 ore una volte a settimana, dopo il lavoro ovviamente.
Il corso durò circa 4 mesi, e seppure non servì a molto, data la disparità di livello degli elementi in classe, mi fece apprezzare l’insegnante che mi consigliò la scuola dove lei abitualmente insegnava, ovvero la GLS.
Arriviamo al momento in cui mi sono ritrovato per tre mesi a spasso, correva l’anno 2013; l’azienda che mi mise alla porta mi pagò una degna buona uscita per non denunciarla, e in più avevo il mio sussidio di disoccupazione. Mi dico: ora hai tempo e soldi, investili seriamente in una scuola full-time di tedesco. E così mi iscrissi finalmente alla GLS per l’intensivekurse (5gg a settimana, 7 ore al giorno divise in 2 di grammatica, 2 di vocabolario e 3 il pomeriggio di conversazione). Inizialmente optai per soli due mesi, dato il costo esorbitante (2000 euro), e il livello in cui venni ammesso: nuovamente A2, ma la cosa non mi sorprese, e mi diede ulteriore misura dell’attendibilità del Goethe, che rimane tuttora il certificatore ufficiale. Inutile dirvi che in due mesi presi il B1 e la scuola funzionò egregiamente. Nulla, e sottolineo nulla da recriminare. Ogni centesimo pagato fu abbondantemente ricompensato. Tornavo a casa e mi trovavo a pensare in tedesco lungo la strada; andavo nei negozi e parlavo tedesco (pur conscio die miei limiti) senza alcuna vergogna; mi trovai a comprare libri di narrativa in tedesco. Ma mi mise davanti a tutti i motivi che avrebbero fatto si che il tedesco non lo avrei più imparato a meno di continuare a frequentare quel tipo di scuola. Io imparai tanto tedesco, e parlai tanto tedesco per due motivi fondamentali: classe formata da 5 elementi (di cui io ero il solo italiano) e immersione totale in un ambiente tedesco in cui l’inglese non era tollerato, ne parlato.
La vita infatti mi portò nuovamente in ambienti dove italiano e inglese la facevano da padroni, e nel mentre lasciai pure Berlino per 3 mesi alla volta della Bulgaria. E così quel poco di buono che avevo imparato in quei due mesi svanì in quasi un anno di fermo totale.
Arriviamo al 2014, siamo già a Maggio. L’azienda che mi ha assunto mi ha fornito come benefit il pagamento di una scuola di tedesco a mia scelta per 6 mesi, e forte della mia precedente esperienza decisi di iscrivermi nuovamente alla GLS, corso serale da due volte a settimana (martedì e giovedì) per due ore. Purtroppo non ho potuto fare di più, vista la distanza della scuola dall’ufficio, che mi ha costretto ad uscire un’ora prima dal lavoro nei giorni di corso. Ho finito anche il B2, ma ammetto di non ritenermi soddisfatto, fosse altro per lo scarso impegno che ho dedicato al corso. La stanchezza aumenta e con essa anche il malumore. Durante i mesi di corso, per altro ci é stata messa a disposizione un’insegnante di tedesco a lavoro, una volta a settimana per un’ora e in pausa pranzo. Inutile dirvi che un corso fatto così non serve quasi a nulla.
Concludo questo post tristissimo consigliandovi quanto segue: il tedesco si impara stando coi tedeschi e imponendosi di parlarlo. Una scuola serve coi dovuti limiti, in fin dei conti il tedesco come lingua é un insieme di regole grammaticali che potete studiare da soli su un buon libro. Se avete tempo e soldi, investite almeno 3-4 mesi (di più é meglio) in un vero corso intensivo. 

Io credo che mi butterò sullo spagnolo. Pace.

martedì 30 dicembre 2014

Ciao 2014, aspettando con ansia sto' 2015

Siamo alla fine del 2014 e ho davvero bisogno di riordinare le idee accumulate nei 12 mesi passati, e scriverne mi aiuta molto.
Generalmente divido la mia vita in bene e male, ma questa volta voglio pensare l’anno passato ordinato in due categorie: ho fatto e avrei voluto fare.
Partiamo dall’ “avrei voluto fare” col dire che se può suonare come un elenco di rimpianti, in realtá vuole essere un monito ad imparare dalle opportunità sprecate.
Avrei voluto che la mia startup fosse diventata il mio futuro, e soprattutto che fosse stata più simile a me, a come vedo il mio lavoro. Cosi non é stato, e ho la mia buona dose di colpe. Sarei dovuto essere più risoluto e fermo su alcune decisioni. 
Quando ho cercato un nuovo lavoro, avrei voluto seriamente cercarlo fuori Berlino; sapevo che ormai non é più la cittá in cui vedo un futuro lavorativo serio e duraturo. Purtroppo ho visto sfumare una bella opportunità a Stoccarda e anche in questo caso ho la mia buona dose di colpe; in quel momento ho accettato l’alternativa che mi si é parata davanti, a Berlino, che portava con se tutti i difetti di questa città.
Avrei voluto fare di più per la mia salute, il tempo passa e non campo più di rendita da diversi anni ormai. E così uno sfogo trascurato é diventato dermatite; quel chilo in più che “tanto col caldo vado a nuotare e va via” ormai é sedimentato sul mio girovita; per non parlare della palestra, che frequento davvero poco. La mia filosofia é che per impormi di fare una cosa devo pagarla cara, così laddove non arriva il mio senso di colpa (ormai assuefatto a queste situazioni) arriverà il mio estratto conto; motivo per cui mi sono iscritto ad una palestra carissima con tutti i corsi del mondo inclusi, ma neanche questo ha sortito gli effetti sperati.
Avrei voluto fare di più per il mio “tedesco” inteso come lingua. L’orecchio ormai é abbastanza buono, nel senso che capisco quello che mi si dice, ma la bocca é poco allenata e infatti lo parlo pochissimo. Per il principio di cui sopra, ho speso soldi considerandoli un investimento per l’apprendimento della lingua, ma anche in questo caso, ne una tv nuova, ne la scuola semestrale hanno sortito alcun miracolo.
Infine, avrei voluto provare meno sensi di colpa verso persone che nei miei confronti non ne provano; sentirmi meno vincolato a rapporti che avrei dovuto lasciare andare giá da qualche anno e pulire la mia rubrica da contatti con cui la comunicazione é limitata ai “mi piace” su Facebook.
Nella categoria “ho fatto” partirei coi viaggi, unica vera ragione di vita ultimamente. I miei mesi sono scanditi dall’attesa per il prossimo viaggio e dalla loro organizzazione (forse sin troppo minuziosa). Quello che mi trattiene seduto alla sedia dell’ufficio é soltanto il pensiero che tra poche settimane sarò lí, il luogo esatto non conta, basta essere altrove. E così sono contento per aver girato una buona fetta di mondo, spendendo gran parte dei miei risparmi, ma essendone estremamente felice.
Ho fatto quello che andava fatto per il mio sostentamento, ovvero lasciare andare la mia compagnia che non poteva decollare visti i mezzi a disposizione, e accettare quello che mi permetteva di vivere agevolmente. Sono sceso a mille compromessi per il mio attuale lavoro, ma ne sono fiero. Questa volta la gastrite é stata abbondantemente scongiurata.
Ho dato un bel calcio nel sedere a quel blocco psicologico che faceva si che fossi generalmente restio a parlare inglese in pubblico, convinto del mio accento italico alquanto marcato. E se vi dicessi che c’é chi mi ha detto che lo trova persino simpatico?
Ho imparato a godermi Berlino per altri aspetti che poco hanno a che vedere con il Berghain; a non impormi la stessa routine ogni sabato sera. Da questo punto di vista ho già dato, e non vorrei tornare ai tempi in cui il sabato sera la terna aperitivo-cena-discoteca era un obbligo.
Ultimo ma non meno importante, qualcuno direbbe “in zona Cesarini”, durante l’ultimo mese ho fatto qualcosa per me, e per me soltanto: ho frequentato un corso di fotografia con un vero professionista. E mi é piaciuto un casino.
Direi che per il 2015 riparto da qui, da quello che mi piace e che voglio mi porti ad un futuro fatto di vere soddisfazioni, magari riprendendo anche una mia vecchia ma sempre presente passione: la musica.

E vi auguro di poter fare lo stesso.

domenica 26 ottobre 2014

Consigli su come sopravvivere al lavoro a Berlino

Piccolo decalogo su quella che è la vita lavorativa a Berlino:
  • A Berlino l’età non conta, questo significa che se hai 50 anni ti troverai a dire “agli ordini capo” ad un ventenne.
  • Durante un colloquio a Berlino l’esperienza conta poco, ma conta “qualcos’altro”, verosimilmente la personalità e la proattività, quindi trovate un buon modo per dimostrarvi all’altezza.
  • La meritocrazia a Berlino è relativa, il che significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino i salari sono relativi, più alti dell’Italia ma più bassi della media Germanica, e forse dei tedeschi, e questo significa che il più delle volte avrete quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino, se non sei tedesco sei straniero. Suona banale, ma è bene ricordarselo, prima che andiate dal vostro capo a lamentarvi di una qualsiasi cosa e vi sentiate rispondere qualcosa tipo “puoi sempre tornartene da dove sei venuto”.
  • Berlino è piena di Italiani messi peggio di voi e con più capacità di voi, quindi attenzione a quando alzate la cresta per una qualsivoglia ingiustizia, perché sentirete rispondervi qualcosa tipo “guarda che la fuori c’è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto”, ed è vero!
  • Lo dissi già per quanto riguarda la ricerca della casa, ma a Berlino vince chi si accontenta, anche sul lavoro. Prendete quello che vi viene dato con gratitudine, fate quello che vi viene richiesto con un sorriso, e farete probabilmente carriera; in caso contrario subentrerà quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.
  • A Berlino il lavoro c’è, va cercato perché non vi viene dal cielo, ma da qualche parte c’è. Il problema è che va preso con molta umiltà e gratitudine verso i tedeschi e la Germania e forse noi non ne siamo tanto capaci. Forse perché non vogliamo più sottostare a certi compromessi, forse perché ci intortano con tante bugie sulla Germania e su Berlino, forse perché le nostre aspettative sono troppo alte.


Per concludere, a Berlino le occasioni non mancano, ma è giusto sapere che per uno che ce la fa, 1000 altri non resistono nemmeno un anno; non mi stancherò mai di dirlo, io per primo sono sempre con un piede in aeroporto pronto a cambiare Paese, perché questa città non è per tutti, e non è quella che vi descrivono i tiggí. Alla fin fine, quello che quasi sempre predomina a Berlino, è quella fastidiosa sensazione di averla presa in quel posto.

venerdì 3 ottobre 2014

Terzo anno

Ebbene si. Mi trovo in USA per una breve vacanza, e mentre il jet-lag mi ha privato del sonno, ho realizzato che ad ottobre sono 3 anni che mi sono trasferito a Berlino.
è stato un anno intenso, pieno di vita, come al solito. L’anno scorso scrivevo del mio secondo anno a Berlino da Sofia, proprio nel mentre che la mia startup stava prendendo forma. Ora a distanza di un anno quella parentesi è chiusa e io già da aprile ho un altro lavoro full time in un’altra azienda. Perché poi alla fine Berlino è anche questo, un’altra possibilità te la da sempre, sempre che tu sappia coglierla al volo. E così mi ritrovo a pensare al mio rapporto con questa città a distanza di 3 anni, che per Berlino valgono come 30, ma di nuovo da molto lontano.
Sono a Chicago, solo da 2 giorni, eppure sono già pazzo di questa città. Mi succede sempre quando vengo in America, è come un richiamo fortissimo, un’attrazione fatale forse fomentata da mille serie tv viste in tenera età. E poi so già che quando andrò via sarà un pugno nello stomaco, un altro. Ecco, Berlino per me non è stata così, non lo è tuttora; non è stato un colpo di fulmine, non mi ha attirato a se con inutili moine (quelle che i tiggi nazionali propinano e che sono solo favole), non è stata nemmeno un ripiego. Ho voluto provare, certo che peggio della vita che stavo vivendo non poteva essere. E poi lentamente, con un vicendevole corteggiamento abbiamo deciso che poteva valere la pena avere una relazione. Ma ogni giorno costruiamo qualcosa di nuovo, litighiamo, facciamo pace, litighiamo di nuovo.
Guardando indietro ai 10 motivi che mi trattengono qui e a quelli che mi farebbero andare via, sinceramente comincio a ripensare seriamente alla mia permanenza a Berlino, alla luce del fatto che la bilancia comincia a pendere verso i secondi 10 motivi. E poi come ogni bella storia d’amore che si rispetti, in amore vince chi fugge! 
Ma a parte questo comincio ad essere stanco. Stanco di quello che scrivevo come un motivo per restare, ovvero che non e’ una città per vecchi, e purtroppo le migrazioni di massa di questi ultimi due anni, hanno ulteriormente abbassato l’età media. E se va bene vivere la notte come quando avevo 18 anni senza essere giudicato, non va bene trovarsi a fare colloqui o a dipendere da gente che ha un 9 davanti l’anno di nascita. Faccio davvero fatica a configurarmi in un contesto dove il mio “capo” o chi decide per me non ha nemmeno 2 anni di esperienza alle spalle. Ne va del mio orgoglio, dell’amor proprio, e ormai qui sta diventando la regola. Non avrei mai voluto far ruotare la mia vita o la mia soddisfazione personale intorno al lavoro, ma purtroppo è l’attività che occupa più tempo nella mia giornata, e diventa sempre più difficile se hai una certa età e una certa maturità professionale.
Nella lista dei 10 motivi che mi farebbero scappare da questa città, parlavo degli italiani a Berlino. La situazione è chiaramente degenerata, e se da una parte hanno colonizzato la città con 1000 nuovi ristoranti (il che non mi dispiace), dall’altra hanno fatto venire alla luce quello che i tedeschi sono, arrivisti e speculatori. Purtroppo l’arrivo in massa di italiani, spagnoli, greci e portoghesi alla ricerca disperata di un posto di lavoro e di una casa, ha portato ad un decremento spaventoso dei salari (vista la mole di gente disposta a lavorare per 1/5 dello stipendio) e contestualmente ad un aumento vertiginoso degli affitti per le case. E il trend non è destinato a cambiare.
Inoltre, dopo un po’ che vivono qui, quando la situazione si prospetta meno rosea di quella italiana, subentra la frustrazione, e a questo punto è tutto uno sfogo sul primo che capita (tendenzialmente connazionale, vista l’incapacità di poterlo fare sui tedeschi data la mancanza delle conoscenze linguistiche per farlo) oppure frega frega il prossimo tuo.
Inevitabilmente questo si sta riflettendo sulla mia vita, e di chi è qui da più tempo di me: prima di tutto sul lavoro, la sensazione è che io non possa più chiedere niente, poiché nel caso l’uscita so dov’è e soprattutto sanno che di gente disposta a lavorare per meno e in silenzio ne trovano quanta ne vogliono. E parliamo di lavori altamente qualificati (non oso immaginare per quelli per cui non è richiesta nemmeno una laurea). Per quanto riguarda la casa, anche volendo cambiare zona (avvicinandomi all’ufficio per esempio) ormai sono tutte carissime rispetto a quando arrivai, per tanto me ne resto qui, dove per lo meno l’affitto rimane quello di 2 anni fa. Insomma, è diventato tutto un prendere o lasciare, un accontentarsi. E io, come forse si sarà capito dai miei post precedenti, non mi accontento facilmente.

Per concludere, cara la mia amata-odiata Berlino, in questi 3 anni ce la siamo spassata è vero, ma se i brutti momenti continueranno ad offuscare quelli belli, non potrò fare altro che lasciarti, ma se non altro resteremo amici. Per sempre.

venerdì 14 febbraio 2014

Vivere a Sofia

Per iniziare questo post occorre un breve cenno sul meccanismo di finanziamento delle start-up. Tutto comincia con un'idea, poi un team e possibilmente un prototipo (o Mvp, croce e delizia degli sviluppatori). A questo punto si parte alla ricerca dei soldi, perché per fare la start-up ci vogliono i soldi; se i soldi ce li avete già forse la strada della start-up (come viene comunemente intesa) non fa per voi. Ci sono diversi modi per cercare / ottenere soldi (si, anche vendere organi o prostituirsi), ma soprattutto se il team ė risicato e senza grosse esperienza in materia imprenditoriale, ci si affida ai cosiddetti incubatori o acceleratori che fondamentalmente ti danno un primo finanziamento, un ufficio e ti mettono a disposizione tutta una serie di strumenti, che comprendono assistenza legale e commerciale, workshop su come trovare altri soldi, acquisire clienti e presentare il prodotto. Tutto questo in cambio di una percentuale della società (generalmente inferiore al 10%).
Ovviamente c'è il rovescio della medaglia. Il nostro incubatore ha ricevuto diversi milioni di euro dalla comunità europea con lo scopo di creare una scena tecnologica laddove lo sviluppo economico deve passare per le start-up, nel nostro caso la Bulgaria. Ogni team che accede a questo incubatore ha l'obbligo di restare a Sofia per i primi 3 mesi del programma, alimentando ulteriormente l'economia locale con l'affitto, il vitto quotidiano e i costi amministrativi e di ufficio che in parte ritornano all'incubatore stesso. Inoltre la società viene costituita in Bulgaria per cui le tasse rimangono in Bulgaria.
Per accedere a questi incubatori occorre fare domanda con la descrizione del prodotto, il business model e il team; superata la prima fase si viene convocati per una presentazione dal vivo del prodotto (detto pitch). Superata la seconda selezione si entra a far parte della rosa di start-up per quel trimestre (il batch). Ed é quello che é successo a noi.
Potrei dire che abbiamo scelto Sofia per il costo della vita e per il fascino dei Balcani, ma la realtà é che sono stati i primi a chiamarci e quindi siamo partiti.
Fatta la dovuta premessa passiamo a Sofia.
Inutile negarlo, essere italiano significa conoscere per lo più quello che ci hanno raccontato i tiggì quando internet era ancora ad uso e consumo del pentagono. Ed é per questo che avevo una marea di pregiudizi sui Balcani e che non avevo in lista nemmeno una visita in questa penisola. Quando ci chiamarono da Sofia ne fui sorpreso e rammaricato. Lasciare Berlino per un posto di cui avevo sentito parlare per sommi capi e non positivamente non mi faceva morire dalla voglia. Inoltre il periodo non proprio lunghissimo (3 mesi) non mi permetteva di sub-affittare facilmente casa a Berlino e non ero disposto a svuotarla per poi riempirla nuovamente al mio ritorno dopo soli 90 giorni. Ho provato a rifilarla a qualche conoscente ma alla fine non se ne e’ fatto nulla. Quindi mi sono trovato a sborsare soldi per una casa che e’ rimasta vuota per tutto il periodo in cui siamo stati a Sofia. 
Inoltre anche la paura di rovinare un rapporto, quello col mio socio, per la convivenza forzata 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con il lavoro di mezzo e la mia scarsa voglia di condividere ancora una volta i miei spazi con un’altra persona (chi vive da solo sa di cosa parlo). E poi la solita paura dell’ignoto: quella che era un’idea ora diventava a tutti gli effetti una compagnia, con dei soci di cui non sapevamo nulla e con delle sfide che non sapevo se fossi stato in grado di superare. Ma alla fine ho preso quell’aereo e sono arrivato a Sofia, e alla fine avere il volo diretto da Berlino ha significato comunque stare a meno di 3 ore di viaggio dalla Germania, per cui in cuor mio sapevo che potevo scappare senza troppo preavviso.
Quando andammo a Sofia per la prima volta per partecipare alla selezione, prendemmo un taxi dall’aeroporto che nella sua fase migliore tentò il decollo in curva, e quando arrivammo in hotel ricordo che dissi a mente un rosario.
Quando invece traslocammo fummo accolti in aeroporto dal ragazzo che ci affittò la prima casa, il quale ci portò fin dentro l’appartamento e fu davvero gentile e disponibile per tutto il viaggio. 
Il discorso “appartamento” merita un approfondimento. Una cosa che l’incubatore ci aveva assicurato di fare era fornirci tutta l’assistenza necessaria sia per la compagnia che andavamo a formare sia per il nostro trasferimento a Sofia. E così ovviamente non e´stato. La morale é che alla fine ci siamo dovuti arrangiare da soli alla ricerca di un appartamento, e ci siamo rivolti al buon air b’n’b. Purtroppo non abbiamo trovato un appartamento per tutta la durata del programma, ma abbiamo dovuto spezzare in due appartamenti il nostro soggiorno. Il primo era un po’ periferico, ma nel complesso ben arredato e provvisto di tutto. Unico svantaggio: camera doppia. Ora voi immaginate due persone che si conoscono da un po’ per vie traverse, che decidono di fondare un’azienda insieme, di lavorare insieme, di vivere insieme per 3 mesi, e che si trovano anche a dover dormire insieme! Va bene tutto, ma insomma… almeno i sogni volevo tenermeli per me senza dover pensare al rischio che parlando avrei potuto insultare pesantemente il mio amico/coinquilino/socio. Fortunatamente la pseudo tragedia é durata due settimane, poi ci siamo trasferiti nel nostro appartamento extra lusso in centro Sofia e provvisto di due camere matrimoniali! I costi di questi appartamenti erano e sono davvero abbordabili, diciamo impensabili per l’Italia o la Germania. E a questo punto entriamo nel vero ed unico motivo per cui vale la pena fare impresa nei Balcani: il costo della vita.
In Bulgaria il cambio leva-euro viene ufficiosamente mantenuto 2 a 1, il che si traduce in prezzi generalmente inferiori del 50% rispetto all’euro zona. E questo fa la differenza in ogni cosa: mangiare fuori costa sempre meno di 10 euro (e parlo di ottimi ristoranti, vedi capitolo 5 chili in più in 3 mesi che ho portato a casa come souvenir), le case sono davvero abbordabili e in genere anche concerti/spettacoli sono molto economici. Per un’azienda i vantaggi sono molteplici: lo stipendio medio in Bulgaria e’ di 600 euro circa, il che si traduce in un risparmio davvero notevole sulla manodopera (e non a caso aziende quali vmware e soundcloud hanno spostato lo sviluppo qui), gli uffici così come i commercialisti e gli avvocati non sono costosi, e soprattutto le tasse sui redditi sono flat al 10% e non aggiungo altro.
Partendo dal presupposto che io sono meridionale, a Sofia ho potuto riassaporare diverse cose del sud Italia che mai e poi mai mi sarei aspettato così piacevoli.
In primis il clima… il sole la fa da padrone. Pur non essendoci il mare, Sofia e’ dominata dalla montagna (Vitosha) che la sovrasta e la ripara da molte perturbazioni, facendo si che il clima rimanga sereno. E il sole si riflette nella gente. Vedere la via principale piena di ragazzi, famiglie, bambini che prendono un gelato o qualcosa da bere in uno dei numerosi bar, che hanno sempre tavoli e sedie all’esterno, mi ha fatto ricordare il lungomare della mia città in estate. Banalmente, ma per chi vive in Germania non e’ così scontato, la gente sorride ed e’ gentile.
In secondo luogo, forse di riflesso al sole, le persone sono rilassate. A volte troppo, ma comunque rilassate. Andando a lavoro la mattina sembrava quasi di essere in processione, altro che la mandria di bufali imbizzarriti a cui sono abituato di solito. Mangiare era una cosa che prendeva il suo tempo, quello di cui c’era bisogno. E poi alle 18 tutti a casa. Perché fare oggi quello che puoi fare domani? Ovviamente poi c’e’ il rovescio della medaglia che a volte rendeva esasperanti certe attese (vedi banca), ma in generale ho apprezzato questa pausa nel caos quotidiano che mi attanaglia da troppo tempo.
E poi certi odori, il che potrà far sorridere… ma sapete da quanto tempo non sentivo l’odore di pane appena sfornato? I forni a Sofia erano semplicemente il paese delle meraviglie e rimpiango ogni giorno di non aver provato tutto quello che offrivano. In generale il cibo mi ha dato moltissime soddisfazioni, dal pesce alla carne, dalle insalate ai dolci.
La città, pur avendo 1 milione e 700 mila abitanti, e’ vivibilissima. Il centro e’ piccolo, completamente girabile a piedi e per il resto c’e’ un fitta rete di taxi (che per quanto detto prima costano pochissimo), di tram e bus (che lasciano alquanto a desiderare) e due nuove fiammanti linee metropolitane (che funzionano egregiamente). 
E’ una città storica, dalla duplice anima visibile ad occhio nudo nei tanti monumenti. La storia romanica riaffiora ogni giorno di più, poiché risiede sotto la città e i molti lavori in atto fanno si che avvengano ritrovamenti ad ogni scavo. La storia sovietica invece e’ molto più fruibile essendo parte delle strade e degli edifici che compongono Sofia. In rapporto alla grandezza della città di cose da vedere ce ne sono, e certe visite aiutano a capire meglio lo spirito e la storia della capitale bulgara, per esempio una delle piazze principali che ospita una moschea, una sinagoga ed una chiesa ortodossa.
Non mancano i divertimenti e i grossi (e nuovi) centri commerciali. Oltre che una nuova area fiera e un palazzetto per eventi (dove noi abbiamo assistito al Cirque du Soleil).
Dal mio punto di vista, e’ evidente che stanno arrivando molti soldi dall’europa, e il costo della manodopera sta facendo si che molte aziende informatiche demandino lo sviluppo da queste parti, il che sta portando ad un certo sviluppo tecnologico (basti vedere il wifi gratuito ovunque). L’aeroporto e’ enorme e probabilmente sottoutilizzato al momento, ma molte compagnie ora volano da qui, compresa la super economica wizzair.
Insomma, il benessere e’ in aumento e l’ecosistema per imprese che stanno creando (dal niente) e’ notevole, tant’è che ho la sensazione che se la vecchia europa continua a stagnare, i Balcani invece sono pronti ad una bella impennata (silenziosa). Inutile negare che c’e’ ancora molta poverta’, basta uscire un po’ dal centro, ma spero che le cose in atto riducano anche questa forbice.
Sull’esperienza nell’acceleratore ne parlerò in un post apposito, ma in definitiva posso dire che la vita a Sofia e’ stata davvero interessante, abbiamo conosciuto gente davvero speciale, e sono grato a questa citta’ per aver ampliato i miei orizzonti verso una parte di mondo che prima di allora non mi incuriosiva.

Spero di rivederti presto cara Sofia.

martedì 29 ottobre 2013

Amici - Aiaiaia

Si é concluso il mio secondo anno a Berlino, ma l’evento in se non ha avuto l’importanza e la solennità dell’anno scorso.
Il perché é presto spiegato: in questo momento della mia vita sono a Sofia, in Bulgaria.
E questo va avanti da almeno un mese e mezzo. Le ragioni sono riconducibili a quello che ho scritto un paio di post fa sulla ricerca di un lavoro a Berlino, e forse nel mondo. Peccando di presunzione, credo che a Berlino non ci sia niente per me, per cui ho deciso insieme ad un amico di fare la startup. Sí, il vero concerto della banalità moderna: abbiamo preso una buona idea, l’abbiamo messa su carta, abbiamo iniziato a realizzarla e qualcuno ce l’ha finanziata con uno di quei programmi di accelerazione / incubazione che tanto sono di moda (solo che io sono a Sofia). Ecco. Non scenderò nei dettagli perché sarebbe prematuro, ma al momento del lancio del prodotto potrei scrivere qualcosa sul mondo delle startup.
Quindi l’anno passato per me é stato lo specchio dell’anno passato a livello mondiale. Crisi del lavoro, crisi di identità, voglia di fare qualcosa di proprio e alla fine startup.
In tutto questo periodo però, importanza cruciale l’hanno rivestita le persone che mi circondano, quelle che reputo amiche. E mi reputo fortunato ad averle.
Io ho un concetto di amicizia estremo; mi deriva da anni e anni di batoste, di tempo speso con le persone sbagliate, di pugnalate alle spalle di cui ho perso il conto e soprattutto da un certo carattere che non mi ha mai fatto elemosinare attenzioni o benevolenza. Anzi, ho personalmente verificato che più sei stronzo più la gente ti vuole bene, ti ama persino. E quando questo succede, me ne dispiaccio molto, forse per qualche dinamica cattolica - di sensi di colpa che ancora sto sondando.
Per me un amico é uno a cui non devi chiedere. Che poi é quello che mi aspetto da chiunque mi conosca a fondo (e che quindi mi vuole bene se é sopravvissuto al mio fianco per tanto tempo). Se io vengo licenziato con modalità discutibili, mi aspetto di non dover giustificare qualche malumore, ma anzi dovresti supportarmi e sopportarmi al meglio che puoi. Se pensi che io sia in torto per qualcosa, vorrei che tu me lo dicessi in faccia, non che dai la ragione al fesso salvo poi sparlare dietro tutto il tempo. E soprattutto non sono un clown, non posso essere divertente sempre e comunque a comando. Qualche volta potreste farmela fare voi qualche risata.
Insomma, le vicissitudini di questo lunghissimo anno mi hanno portato a fare una bella pulizia di gente e ad avvicinarmi ad altre, a mettere ulteriori paletti tra me e il resto del mondo (che ormai é sempre più risicato, ma va bene così; il buonismo é il cancro dei rapporti umani e farsi piacere tutti anche no). 
Posso dire a questo punto della mia acidità sanguigna di non tollerare più: gli stupidi (non quelli che non ci arrivano, ma peggio… quelli che non sanno di esserlo), gli egocentrici e gli egoferiti (se mi parli ripetutamente di lavoro o cose inerenti al tuo lavoro quando vengo fuori da una certa situazione, forse hai la sensibilità di un asfalto sulle ginocchia), quelli che fingono una bontà che non gli appartiene (parlare bene di una persona davanti e sparlarne dietro fa di te un cagasotto che non ha le palle di affrontare i proprio demoni) e soprattutto quelli che ti usano per i loro scopi salvo poi trattarti come una riserva quando hanno di meglio da fare (schiaffandotelo pure in faccia). Bene, io non mi reputo una persona cattiva: stronzo si, ma cattivo no. Non arriverei mai a fare del male ad una persona. Ma l’ultima categoria di cui sopra fa venire fuori di me Lucifero in persona. Io ho amici che vedo una volta l’anno, ma so che non posso pretendere o aspettarmi altro e va bene cosí, mi fa piacere rivederli per il gusto di rivederli (e loro sono sempre lí, che ti aspettano); e poi ci sono quelli che vedi tutti i giorni, tutti i weekend o ogni due settimane. Beh, da questi mi aspetto un certo volume di attenzioni, perché se esci con me tutti i weekend e poi quando hai di meglio da fare mi mandi a cagare senza manco invitarmi, mi stai trattando come uno straccio da piedi e io non lo permetto. Punto.
Per concludere, come canta Tiziano Ferro, nessuno é solo. Siamo 7 miliardi ormai ed é davvero difficile essere soli. In questo momento sono solo in casa, ma mi pare di avere i vicini a pranzo. Si é soli se si vuole esserlo. Io ho la mia solidità e la mia stabilità, non ho bisogno incessante di altre persone nella mia vita, per cui se apro uno spiraglio ad alcuni pretendo qualcosa in cambio. Non so cosa ho da dare, ma rimane il fatto che per alcune persone stranamente rimango un punto di riferimento. 

Penso di avere imparato molto quest’anno in quest’ambito. Penso di aver dato il giusto e di aver ricevuto il giusto, perché ho eliminato i parassiti. Probabilmente io per primo pecco di tutte le cose che mi danno fastidio, ma mia nonna dice sempre “circondati di chi é 1000, 10000, un milione di volte meglio di te!”. 

venerdì 9 agosto 2013

Parassiti della societá... ma per una giusta causa

Siccome inizio ogni post recente scusandomi per l’assenza ingiustificata e reiterata senza vergogna, questa volta non lo faró. Ho avuto da fare e questo é quanto.
In compenso avevo promesso lumi su alcuni argomenti, quindi procedo col soliloquio.
In Germania, e soprattutto qui a Berlino, c´é il mito del sussidio facile e generoso. Partiamo col dire che OVVIAMENTE non é cosí. Ma tanto in molti continueranno a fare inutili paragoni tra il wellfare tedesco e quello italiano ignorando tutta una serie di clausole che spesso si trascurano per paura di scontrarsi con la dura realtá.
Il sussidio di disoccupazione, quello che viene dato a coloro che hanno perso il lavoro, viene erogato per un periodo proporzionale a quello di lavoro in un’azienda tedesca. NON é perenne e non vi viene certo dato finché il vostro figlio immaginario compie 25 anni. L’importo inoltre é pari a circa il 75% dell’ultima mensilitá per un massimo di 1000 euro e qualcosa (e generalmente questo é quello che vi verrá elargito). Nell’importo non é inclusa l’assicurazione sanitaria che viene pagata a parte dallo Stato. Il periodo di erogazione é pari alla metá dei mesi in cui avete lavorato in un’azienda tedesca. Se peró siete voi che vi licenziate, a questo periodo dovete sottrarre 3 mesi (quelli necessari perché scatti la disoccupazione). Qualcuno sosterrá che tutto ció é comunque bellissimo, perché il sussidio é comunque erogato a tutti coloro che perdono / lasciano il lavoro. Beh, é comodo sicuramente, ma sappiate che vi stanno solo ridando soldi che praticamente avete versato voi e la vostra azienda nei mesi di lavoro, e quí a meno di contrattazione a mezzo di avvocati non é previsto TFR (aka liquidazione). 
Per la cronaca, questo sussidio va espressamente richiesto al Bundesagentur für Arbeit competente (l’ufficio del lavoro) e, ancora una volta, lí nessuno parla inglese! Ma ovviamente vi avranno detto che a Berlino TUTTI ma proprio TUTTI parlano inglese e che il tedesco non serve. E Babbo Natale esiste e lavora per la Coca-cola.
Il termine massimo per la richiesta é di 3gg dal licenziamento, e dovete portare tutto, ma proprio tutto il cartaceo di cui disponete con voi. Chiedete all’ufficio del personale della vostra azienda tutti i documenti che servono per il sussidio; vi ricordo che siamo in Germania, se vi manca qualsiasi XYZDGGFFGung vi rimandano a casa senza passare dal via. A me é stato richiesto anche l’attestato INPS comprovante la mia regolaritá in materia di contributi. In cambio vi daranno un bel plico di scartoffie da compilare con la vostra storia lavorativa e universitaria, tutto nel buon vecchio tedesco. Da questo momento in poi inizia una via crucis che si conclude fortunatamente col ricevimento del primo sussidio: vi verrá assegnato un tutor che vi guiderá nella ricerca del lavoro nella Job-borse (questa fortunatamente tradotta in Italico, ma non ne farei un motivo di orgoglio) e col quale avrete due o piú fantastici colloqui in cui lui parlerá e voi fingerete di capirlo dall’alto del vostro corso di tedesco De Agostini. Vi verrá anche detto di comunicare tempestivamente ogni vostro spostamento (io non l’ho fatto, e nessuno se ne é accorto).
E qui si conclude la burocrazia tedesca che non vi lascia mai soli nei momenti di sconforto.
Passiamo ora a smentire voci e leggende al cui pari Starwars é una storia realmente accaduta. 
Si dice che a Berlino lavori 3 mesi e poi chiedi un sussidio per cui ti pagano affitto, corso di tedesco, krankenkasse e pure la spesa, vita-natural-durante. Partiamo col dire che i rubinetti se non sono stati chiusi sono stati per lo meno ristretti. Ottenere questo fantomatico Harz 4 é difficile se non impossibile; sono richieste cause di disoccupazione non colmabili a breve. Se poi non siete tedeschi forse un viaggio a Fatima aiuterebbe.
Le condizioni per l’assegnazione di questo sussidio sono molto vincolanti e vi invito a googlarle per il vostro divertimento. Una di queste prevede che voi diate accesso a tutti i vostri conti correnti per l’ispezione sul consumo dei quattro soldi che danno (sono una cifra irrisoria, nell’ordine delle centinaia di euro, ma non dimenticate che affitto e assicurazione sono a parte). Per dire, comprate un biglietto easyjet e verrete interrogati, iscrivetevi ad una palestra e probabilmente verrete scortati in cella di isolamento.
Ho 3 figli, quindi mi danno 1000 euro per ognuno fino al 25mo anno. Come no. Le cifre sono anche qui dell’ordine delle centinaia di euro e vengono elargite solo in determinate situazioni (reddito inferiore ad un tot e varie ed eventuali).
Bene, potrei continuare ancora per un po´, ma spero che il messaggio sia arrivato. Non é il paese dei Balocchi. Nessuno vi regala un bel niente. Ne quí ne altrove. E se pensate di fare i furbi in Germania non avrete vita lunga.
Io personalmente ho percepito il sussidio di cui sopra (quello vero per intenderci) per qualche mese e ne ho approfittato per fare cose che lavorando non riuscivo a portare a termine (vedi scuola di tedesco). Questi soldi vanno presi con questo spirito: usiamoli per colmare quelle lacune che ci renderanno piú appetibili sul mercato del lavoro. E se poi volete approfittarne per fare un pó di vacanza dopo anni interrotti di lavoro, allora fatelo pure. 

Passo e chiudo (scrivere “a presto” suonerebbe ipocrita).

domenica 19 maggio 2013

Pulizie di primavera - gli italiani a Berlino che se ne vanno (grazie al cielo)



Berlino deve avere un qualche sistema immunitario. Ha il potere di fagocitare individui, trasformandoli e rendendoli parte dei suoi colorati murales, oppure di espellerli con modalità più o meno drammatiche.
Io posso parlare solo per quegli italiani che sono passati da qui, e che in qualche modo hanno intersecato il mio cammino, e devo dire che col tempo non molti di loro stanno restando a Berlino.
Lo si dice, lo si scrive, ma io lo affermo da quando sono venuto qui la prima volta, come turista: Berlino non è per tutti. Per alcuni è una carezza, e ne vuoi sempre di più, per altri è un pugno nello stomaco, e l'unica via di uscita e scappare dal tuo aggressore, a meno che tu non voglia soffrire ancora.
Non voglio peccare di presunzione, e dire che Berlino va bene per me e non per te, dico solo che siamo diversi e come tali abbiamo esigenze e percezioni diverse. L'unica cosa che faccio fatica a capire è che in una città di quasi 4 milioni di abitanti, un'estensione pari a 5 volte Milano, tutte le culture del mondo che si incontrano in un mix metafisico, tu non sia riuscito/a a trovare la tua dimensione, la tua cerchia di amici, i tuoi posti speciali, addirittura nemmeno una casa che ti accolga.
Ecco, mi rivolgo proprio te, che arrivi a Berlino urlando ai 4 venti di quanto sia bella questa città per la tolleranza e le sue mille sfaccettature, e poi passi il tempo successivo a lamentarti di quanto le differenze e il diverso modo di pensare ti risultino inconcepibili, di quanto amore provi per gli animali e di quanto sia bello poter fare una scelta alimentare diversa in questa città viste le mille scelte che offre, salvo poi non essere capace della minima affettività per le persone che provano ad avvicinarti; ecco, mi rivolgo proprio a te: grazie per andartene. Una scoria in meno, è un'infezione (potenziale) che se ne va.
Ps.: ogni riferimento a cose e persone è voluto.

lunedì 29 aprile 2013

AAA - Serietá cercasi


Messaggio ai recruiter / uffici risorse umane / addetti  ai casting / esaminatori generici (anche delle urine):
  1. Il colloquio via Skype o telefonico, quando azienda e candidato sono nella stessa cittá, é una presa per i fondelli, é quanto di piú distante si possa immaginare per conoscere una persona, entrarci in contatto, capirla. Sentirsi dire poi che non sei parso sufficientemente motivato, beh é proprio un’istigazione alla castrazione chimica (anche per le donne!). Cosa dovrei fare per parere interessato, gasato, eccitato per telefono? Rispondere come se fossi ubriaco alle 10 di mattina? Ridere come un beota a tutte le domande? Emettere versi che manco Sara Tommasi nei suoi film porno-moanapozzisistaarigiránellatomba?
  2. Il colloquio in un bar in orario di pranzo é vietato per legge. Sapevatelo. Il prossimo che me lo propone riceverá come risposta un sincero “Nein, danke” data la poca e scarsa serietá che traspare dalla ricerca del personale abbinata a quella eno-gastronomica.
  3. Per favore, i colloqui due persone alla volta sono giá stomachevoli di loro, se poi fate anche la domanda sul salario atteso, davvero mi pare di stare al mercato del pesce. La domanda “le tue aspettative salariali?” non ha nulla a che vedere con un asta a ribasso, e soprattutto se viene posta come secondo quesito mi sa tanto di cerchiamo una persona con mille mila anni di esperienza, quattordici lauree, almeno un trilione di skills, e che accetti di essere pagato come uno sbattitore di tappeti.
  4. Qualcuno mi spieghi perché se tutti urlano Python allora tutti cercano sviluppatori Python? Tutti urlano Ruby (non QUELLA Ruby) e allora tutti voglio sviluppatori Ruby? Tutti dicono HTML5 e tutti vogliono sviluppatori HTML5? Poi qualcuno insinua il dubbio sulla questione del mobile, e allora tutti vogliono sviluppatori nativi iOs / Android? Fidatevi di un pollo: io se dovessi partire ora con un progetto, punterei su un linguaggio molto piú rodato, con una community, con delle vere professionalitá senior. Non date retta ai geek o nerd che siano. Sono i bastian contrari della societá.
  5. Non é bello fare aspettare per una risposta, ed essere indisponenti se dopo due settimane uno si degna di chiedervi un riscontro.
  6. Il non essere presi per un lavoro fa parte della vita, come la diarrea e l’herpes. Li per li oscilli tra il fastidio e il malore fisico, ma poi passa. Quella che invece é punibile con una tempesta di cacche di gabbiani golosi di pesce marcio é la presa per il culo. Non dirmi che ho troppa esperienza, se ho risposto all’annuncio e mi sono fatto persino la barba per venire a sostenere il colloquio, evidentemente il lavoro mi interessa. Forse mi piace vincere facile. Dillo che non puoi pagarmi per quello che la mia esperienza richiederebbe. Non dirmi che hai trovato qualcun altro se dopo due settimane rimetti l’annuncio on line. Ormai la vita di qualsiasi internauta oscilla tra la pornografia e lo stalking puro. Le cose le vengo a sapere, e in me si innesta il dubbio che forse faccio cagare e non hai il coraggio di dirmelo. Visto che comunque mi stai scaricando, preferisco che tu lo faccia sinceramente. Sono pelato, ingegnere (e chi ha fatto ingegneria sa di cosa parlo) e italiano emigrato in Germania, l’insulto fa parte del mio vivere quotidiano. Dimmelo se ti sto sulle balle, mi puzza l’alito o le ascelle, se le mie lentiggini ti ricordano Ricky Callingam quando tu preferisci Fonzie. Dimmi la veritá, ma non prendermi per il culo per favore.
Grazie,
Sinceramente Io.
Detto questo mi metto in proprio o emigro nuovamente.

lunedì 15 aprile 2013

Chi non muore...

Eccomi di nuovo. Ormai sono stagionale. Pubblico qualcosa ogni 3 mesi.
Potrei giustificarmi, ma alla fine questo blog nasce per raccontare esperienze, quindi mi piace scrivere quando ho accumulato un po' di avvenimenti degni di nota.
Brevemente in questi giorni ho (nell'ordine):
- Chiesto ed ottenuto sussidio statale (burocrazia portami via).
- Frequentato una vera scuola di tedesco (7 ore al giorno dal lunedí al venerdí) per 2 mesi.
- Cercato invano un lavoro decente.
Mi impegno (ma chi ci crede?) a scrivere qualcosa su ogni singolo argomento.
Saluti.

sabato 29 dicembre 2012

Andiam andiam nella start-up a lavorar



Prologo

La start-up per definizione é la fase iniziale di (s)lancio di un’azienda. Nessuna azienda puó restare start-up a vita: da qualche parte bisogna pure cominciare, ma il cammino davanti a se (forse in salita) deve pur portare da qualche parte...
Dai post precedenti potrebbe evincersi una mia allergia alle start-up: cosí non é, ma non le vedo nemmeno come una soluzione definitiva. Questo é dovuto alla mia personale esperienza in una start-up, con una grande idea, con spalle (finanziarie) forti ma naufragata sotto la totale mancanza di una visione e organizzazione interna. É restata start-up troppo a lungo. 
Uso il passato perché la mia esperienza di piú di un anno con questa “azienda” é stata bruscamente interrotta per insolvibilitá della stessa  questo 7 Dicembre, ma il mio contratto verrá chiuso solo alla fine di quest’anno. Nessuno dramma, in fin dei conti me lo aspettavo, e con me sono stati liquidati altri 10 dei quali molti con coniuge e prole, ma quest’avvenimento mi ha messo davanti ad una scelta. Vado a lavorare in un’altra start-up oppure no?

Passato remoto

Come sono arrivato ad una start-up? Nella risposta a questa domanda c´é anche il motivo per cui di fatto ho lasciato l’Italia...
Io provengo dal “ricco ed opulento” Nord-Est italico, dove mi sono laureato un po´di anni fa in Ingegneria; successivamente ho iniziato a lavorare per una grossa societá italiana (quotata in borsa e con migliaia di dipendenti) che si occupa tra le altre cose di software medicali. Nello stesso anno in cui ho iniziato a lavorare ho frequentato anche un master universitario. In Italia ho avuto da subito un contratto a tempo indeterminato, ma negli ultimi tempi avevo anche tutti i sintomi di un esaurimento nervoso (compresa una simpatica gastrite che mi costringeva a divertenti tour nei pronto soccorso di tutto il Triveneto). La mia vita si svolgeva prima in macchina (80 km al giorno di autostrada per andare e tornare dall’ufficio), poi 8 ore di lavoro e una di pausa pranzo con orari pressoché marmorei (guai a sgarrare di un minuto), soddisfazioni nulle, pause caffé (a pagamento) cronometrate e chiacchiere tra colleghi (in orario di lavoro) a malincuore accettate. Inutile dire che lavorare per gli ospedali implicava degli standard di qualitá, affidabilitá e sicurezza al di sopra delle nostre possibilitá, e questo implicava problemi e urgenze che a volte era difficile gestire. A tutto questo va aggiunto che non erano previsti pranzi e / o cene aziendali (se non quella di Natale che ci auto-organizzavamo e pagavamo), ne tantomeno benefit di alcun tipo e soprattutto solo acqua gratuita, nessuna carriera e zero aumenti di stipendio. Dopo anni di questa vita, semplicemente non ne potevo piú. Mi sentivo vecchio dentro, immobile e inorridito dalla persona che stavo diventando.
Questo per darvi uno spaccato del mio stato mentale e degli ambienti (la grossa societá e gli ospedali) in cui ho lavorato per quasi 5 anni. Poi mi si chiede come ho fatto a trasferirmi a Berlino per lavorare in una startup che si occupa di videogiochi. Nessun fattore moda o bohemienne, semplice necessitá. Sarei andato anche in Nuova Zelanda se l’occasione in quel momento fosse arrivata da lí.

Passato prossimo - Presente (ancora per poco)



La decisione di venire a Berlino l’ho presa ad Amsterdam, conversando col mio compagno di viaggio, che giá viveva a Berlino e lavorava nella start-up in cui sarei stato assunto.
Mi disse che stavano cercando gente che sapesse programmare (in quel caso giochi) e gli buttai lí l’idea di propormi al suo capo. Era il 2 giugno. Il primo luglio il mio amico mi chiede di mandargli il mio curriculum. Il 18 Luglio sono a Berlino per il colloquio (totalmente spesato dall’azienda). Il 20 luglio ho rassegnato le dimissioni dal mio lavoro in Italia. É stato semplice, semplicissimo. Il colloquio é stata una formalitá, quasi il volermi far vedere la sede di lavoro per farmi capire se potesse piacermi oppure no. Mi hanno subito offerto quello che chiedevo, pertanto anche la trattativa é stata banale.
E ora sono sicuro che metá degli italiani che vive a Berlino potrebbe giá odiarmi, ma comunque dovevano convincermi a lasciare un altro lavoro, per cui dovevano essere persuasivi.
Il primo giorno di lavoro é stato alienante, non capivo davvero in che luogo fossi.
L’idea che ho avuto é stato di un ambiente caldo: la sede é in un ex fonderia restaurata con un bel giardino privato davanti. I pavimenti sono rivestiti di moquette per cui é normale che alcuni colleghi si levino le scarpe per restare scalzi o indossare delle ciabatte. Ci sono due cucine provviste di tutto (anche la lavastoviglie) in cui ognuno puó cucinarsi quel che vuole. Ci sono due enormi frigoriferi in cui riporre le proprie vivande (basta segnare il proprio nome con un pennarello). C’erano casse con tutte le bevande possibili, diversi tipi di succhi di frutta freschi (di quelli da allungare con l’acqua) e la macchina del caffé / cappuccino industriale. Appena sono arrivato, il capo delle risorse umane mi ha scattato una foto, successivamente affissa insieme a quella degli altri colleghi con nome e dipartimento di appartenenza, e soprattutto mi ha preparato tutti i documenti (che nel mio caso, non conoscendo una parola di tedesco, é stata una manna dal cielo). Sulla mia scrivania ho trovato tutta la cancelleria di cui necessitavo, e quando ho mandato un’email a tutta l’azienda per presentarmi, non sono certo mancati i “benvenuto” di risposta. Nemmeno una settimana che ero lí, e si parte con l’organizzazione della prima festa: la cena spagnola! Praticamente essendo di 18 nazionalitá diverse, i singoli gruppi organizzavano una cena per tutti i colleghi a tema della propria nazione e interamente spesata dall’azienda stessa. Altre due settimane e si parte con la festa di halloween per cui é stato addirittura preso un locale intero con buffet e discoteca annessa e tutti gli addobbi del caso. Anche in questo caso tutto spesato. E cosí via, compresa la festa di Natale in ristorante...
Ogni giovedí in ufficio c´era la cosiddetta colazione aziendale, ovvero una colazione (omnicomprensiva) offerta dall’azienda e organizzata dalle risorse umane.
Bene... potrei anche parlarvi della maglietta omaggio, dei barbeque, ma ora é finalmente arrivato il momento di smontare questo castello fatato.
Partiamo con lo smentire subito il clima familiare: é vero che ci sono due cucine, ma queste vanno pulite, cosí come le stoviglie (per lo meno bisogna caricarle in lavastoviglie).
Per questa necessitá viene predisposto un calendario di turni settimanali divisi per dipartimenti, sará poi il capo dipartimento a dividere il turno settimanale in turni giornalieri per i propri dipendenti. Questi turni a volte inspiegabilmente saltano. Purtroppo il concetto di pulizia notoriamente é variabile da stato a stato e, senza sfociare nei soliti luoghi comuni, a volte é davvero difficile trovare una tazza pulita (tra quelle riposte dopo essere state lavate). Inoltre io ero seduto a 20 metri da una delle due cucine e, se cucinare in ufficio é una gran comoditá e un potenziale strumento di aggregazione, non lo é purtroppo la puzza che aleggia a tutte le ore (e siamo arrivati a livelli davvero intollerabili). Nei frigoriferi sono state scoperte nuove forme di vita aliena, dovute alle muffe e ai batteri che si accumulano nel cibo che i colleghi comprano ma che poi lasciano li per mesi, fregandosene di chi magari ci mette a rinfresco ogni giorno il proprio pranzo. Potrei dirvi anche che il togliersi le scarpe dovrebbe avere come condizione necessaria l’igiene dei proprio piedi, ma vivendo qui a Berlino saprete giá che non é cosí! E poi c’é sempre la puzza delle cucina che copre quella dei piedi (ma non quella del frigorifero purtroppo!).
Parliamo delle feste. Inutile negarlo, a volte fanno fatica a decollare se non arriva la vodka. Mi hanno spiegato che l’alcool qui ha una forte funzione sociale, in quanto disinibisce persone che normalmente sarebbero androidi, ma a volte (soprattutto per gli organizzatori) credo che sia frustrante, tant´é che le feste a tema sono praticamente cadute nel dimenticatoio. Inoltre non intravedo alcuna voglia di socializzare: al massimo due o tre persone appartate a parlare tra loro o comunque singoli gruppetti senza grande voglia di conoscersi. Anche la colazione del giovedí, spesso si riduceva a tante persone che si prendevano il loro panino e se lo andavano a mangiare davanti al proprio monitor invece di restare tutti seduti intorno ad un tavolo. Tant’é che é stata abbandonata anche questa a favore del mittwoch mixer, ovvero sorteggia 8 persone e mandale a pranzare insieme. Dopo svariati tentativi anche questa idea é naufragata.
Proprio il rapporto tra i colleghi, e la comunicazione tra persone con cui dividi la tua giornata, sono il vero stereotipo da smentire delle start-up. Tutto questo modo “easy” di vedere il lavoro scema all’improvviso quando ci si trova davanti alla competizione per una qualsivoglia occasione di mettersi in mostra. É vero che c´é la flessibilitá di orario (basta fare le 8 ore) ma é anche vero che se arrivi in ufficio alle 9 e ti trovi ad aspettare un collega che arriva alle 11 per 2 giorni di fila, oppure che torni dalla pausa pranzo, mentre tu alle 13 eri giá pronto per far partire una consegna, alla fine ti arrabbi. Inoltre nessuno é disposto a condividere fino in fondo le proprie esperienze e conoscenze con gli altri, il che a volte si riduce a passare settimane a risolvere problemi che erano giá stati risolti settimane prima.
Il lavorare a compartimenti stagni (il team esiste solo a parole) si ripercuote molto anche nel dover affrontare i problemi, che poi scopri essere stati causati da un altro collega, di cui ignoravi le mansioni fino a due secondi prima. Dopo piú di un anno sono giunto alla conclusione che probabilmente tutta questa chiusura e indifferenza, che porta ad una totale disorganizzazione (e quando parliamo di 100 persone questa puó essere fatale), é dovuta proprio al fatto che in questa start-up si va avanti alla giornata. La sensazione il lunedí é proprio quella di “cerchiamo di arrivare a venerdí”. Questo fa si che di posizioni per un salto di carriera se ne aprono due l’anno se tutto va bene, e la gente qui si ammazza per una carriera (minima, davvero minima).
La mia gastrite nel frattempo é passata (e non é poco); ci sono giorni in cui ammetto di essermi divertito a lavoro, e le pause caffé di mezzora in giardino a godersi quel po´di sole berlinese non hanno prezzo, ma la sensazione era di essere li quel giorno, quella settimana, quel mese, ma chissá il prossimo. Bisogna conviverci con questa sensazione. Puoi accettare una start-up, i colleghi che cambiano ogni giorno, il lavoro che a volte non si sa in che direzione va, solo se sei disposto a non pensare troppo al futuro...


Futuro

E arriviamo alla giusta (si fa per dire) conclusione.
Quest’estate, quando quel po´ di sole berlinese ci beava e rincoglioniva, il CTO della star-up in cui lavoravo ha abbandonato l’azienda, ed essendo lui uno dei due co-fondatori la sensazione é stata del capitano che abbandona la nave. Sensazione che nei mesi successivi si é tradotta in un'emorragia di persone, tendenzialmente le piú valide, e nella totale incapacitá del management di contenerla. Quello che mi ha molto colpito é stata proprio la sensazione di malessere che immediatamente ha cominciato ad aleggiare negli uffici, e la totale assenza di empatia dei capi verso questo veleno che stava intossicando l’ambiente. Ad ottobre finalmente qualcosa ha cominciato a cambiare, ma era evidentemente troppo tardi. A me personalmente é stato offerto un salto di carriera (solo come titolo ovviamente), un aumento di stipendio, un bonus annuale e il prolungamento del periodo di preavviso da 4 settimane a 12. Il che comunque ha lasciato quel sapore dolceamaro del ricatto, un modo “legale” per trattenerti in quell’azienda. In Germania, dove la flessibilitá lavorativa é un dato de facto, con tre mesi di preavviso non ti assume nessuno. Alcuni dipendenti evidentemente non hanno ceduto a questo ricatto e la fuga é continuata imperterrita. Il grosso segnale d’allarme era che queste persone non venivano rimpiazzate; da 120 dipendenti di Gennaio siamo ben presto arrivati a 60 in meno di un anno.
A fine Novembre, con soli dieci giorni di preavviso (in barba ai 3 mesi dovuti) il 15% dell’azienda, me compreso (perché “troppo costoso”), siamo stati convocati e sollevati dal nostro incarico. Questo senza alcun indoramento della pillola, e palesemente in violazione del contratto di lavoro. Io personalmente ho giocato bene le mie carte (italians do it better) e oltre al pagamento del mese per intero ho ottenuto una degna buonauscita, ma temo che in molti presi dallo sconforto abbiano accettato il proprio destino senza avanzare richieste.
Il mio 2013 inizierá quindi con un bel “vita a Berlino 2.0” e la domanda sorge spontanea: cosa faró? Credo che mi metteró a studiare tedesco seriamente, ecco cosa faró. La mia integrazione in questa cittá passa prima di tutto dalla lingua. Quindi almeno un mese voglio dedicarlo a questo, poi spero di essere in grado di sostenere un colloquio in madre lingua e a quel punto faró le mie valutazioni. Prenderó in considerazione un’altra start-up? Diciamo che le reputo una buona palestra per imparare qualcosa di nuovo, per cui si. Ma questa volta vorrei avere la lungimiranza nel lasciare l’azienda io prima che lo facciano loro...